Lo spettacolo

La scena è quella di una discoteca e di un tizio che sta ballando ma che sta ballando in un modo un po’ strano, perché sta ballando, si, sta agitando il corpo più o meno a ritmo con la musica, ma non sembra indossare del tutto il proprio corpo, anzi – a guardarlo negli occhi – sembra che non possieda proprio nessun corpo. I suoi occhi non sono chiusi ma nemmeno sono aperti nei vari modi in cui l’altra gente che balla tiene gli occhi aperti. I suoi occhi sono aperti spalancati. I suoi occhi guardano incessantemente, si guardano attorno, guardano sempre qualcosa, saltellano ora vicino, ora lontano, ora dritto, ora a sinistra, ora a destra. La sua faccia è inebetita e assorta come quella di una persona rifugiata nel ventre buio di un cinema. Il tizio, in questo suo strano atteggiamento, non sembra però né stranito né inquietato, come invece io mi ritrovo a sentirmi guardandolo. Il tizio dà invece l’impressione di divertirsi un mondo. Sta ballando in mezzo agli altri soltanto per mimetizzarsi tra gli altri e guardare gli altri che ballano, guardare l’ambientazione dentro cui gli altri ballano, notare i dettagli, godersi la scena, fruire dello spettacolo. Il tizio è l’uomo dello spettacolo nel senso che lo spettacolo lo possiede. Me lo immagino vivere così ogni momento della sua vita, spettatore totale, fruitore assoluto. C’è la realtà e poi c’è lui, sempre un passo indietro, sempre comodo e sempre estraneo qualunque cosa faccia, che tanto qualunque cosa faccia è come se non facesse mai nulla, perché tutte le sue energie – tutta la sua attenzione, tutta la sua concentrazione – sono incanalate verso la fruizione della realtà come se fosse uno dei tanti contenuti mediatici di cui noi tutti fruiamo ogni giorno. Questo suo essere totalmente proteso verso l’esterno, in virtù della sua ormai ossificata passività, lo rende allo stesso tempo totalmente ripiegato verso sé stesso. Una larva raggomitolata e grinzosa seppellita dentro un nido profondo e umido di secrezioni appiccicose che forse non è nemmeno un nido bensì una tomba e dal quale comunque è destinato a non vedere mai la luce. La sua paradossale postura esistenziale scardina ogni opposizione tra dentro e fuori, tra vita e morte. Provo verso di lui un disgusto che non credevo avrei potuto mai provare nei confronti di un altro essere umano. Un disgusto che mi avvilisce e mi repelle, anche se ciò non traspare dal mio corpo che si agita più o meno a ritmo di musica, non provoca nessun effetto esteriore mentre ballo come gli altri, insieme agli altri, ma con gli occhi spalancati verso di lui, godendomene la scena, notandone ogni dettaglio, fruendo del suo spettacolo.

(Q8A7)

Barcamenarsi

Ogni società premia o punisce, incentiva o disincentiva, amplifica o smorza, determinati tratti fisici e caratteriali. Società stanziali o nomadi, matriarcali o patriarcali, pacifiche o guerriere e così via privilegiano certi tipi di persone invece che altri, condizionano le loro caratteristiche, ne modificano i tratti e in larga parte le plasmano. La società plasma sempre, più o meno totalmente, le proprie persone. Ed è pure naturale. La società è composta da esseri umani, l’essere umano non vive se non dentro una società. La separazione tra individuo e società è una stronzata romantica. Così, nella prima industrializzazione, c’era bisogno di etica del lavoro, spirito di sacrificio, abnegazione, disciplina, repressione degli istinti. Ma adesso, istituzionalizzata la produzione di massa, saturati sempre più mercati, c’è invece principalmente bisogno di consumare i prodotti e di farli consumare. Il consumo diventa allora il motore principale dello sviluppo economico, ovvero forse il principale pilastro della società. Il consumare ma anche il far consumare, ovvero il vendere. Il luogo più importante della società – strategicamente – non è più la fabbrica ma l’ufficio marketing. Questo concetto l’ho trovato tanto tempo fa in Bauman e certo è una semplificazione, d’altronde tutti questi discorsi sociologici sono sempre semplificatori e troppo generalisti, discorsi che mi hanno pure un po’ stufato per il loro approccio. Però è vero che consumo e vendita fanno sempre più parte della nostra vita quotidiana, sono sempre più integrate alle nostre attività e alle nostre percezioni dalla mattina alla sera. Consumo e vendita agite in un reticolo di comunicazione simbolica, storytelling e contenuti mediatici, con questi benedetti media che – con la rivoluzione digitale – si sono infilati praticamente dovunque, sono dilagati e sono penetrati in quasi tutte le dimensioni della nostra esistenza. Che persone plasma allora una società di questo tipo? Una società in cui sempre più soggetti cercano continuamente la vendita e il consumo? Non è forse incentivato il capriccio irresponsabile, il titillamento emotivo, l’edonismo disperato, il solipsismo meschino, la codardia grandiosa, la manipolazione psicologica, lo sfruttamento degli altri, l’infantilismo, il narcisismo, il vittimismo, il fanatismo, la frustrazione, la rabbia? Grandi discorsi un po’ troppo generali che al momento mi hanno stufato. Ci sono però una manciata di libri che per me restano importanti. La cultura del narcisismo di Cristopher Lasch, Divertirsi da morire di Neil Postman, Critica della vittima di Daniele Giglioli, Deep Work e Digital Minimalism di Cal Newport. Messi assieme, questi libri rappresentano per me come una mappa di tutto ciò a cui è meglio fare attenzione, in una prospettiva di cura di sé e di costruzione intenzionale della propria salute mentale e qualità della vita. Perché chiunque ha la possibilità di esercitare questa costruzione e questa intenzionalità sulla propria vita, nella società di oggi, cosa che non si può dire per le società del passato. Chiunque può, con impegno e un po’ di fortuna, riuscire a vivere una vita felice e realistica in un mondo reale – una vita di presenza, esperienza e concentrazione in un mondo vero, un mondo di limiti, anche se le sirene del consumo e della vendita, naturalmente e comprensibilmente, si ostinano a velarlo e a schermarlo dietro un’apparenza del tutto diversa.

(Q8A6)

Moltiplicatori di Altrove

(5) Un appunto su La società dello spettacolo, Guy Debord, 1967

La felicità, la sensazione di essere più o meno felici, dipende ovviamente dalle aspettative che abbiamo. Dalla quantità e dalla qualità, dalla eterogeneità e dalla ricchezza, delle nostre aspettative. Le nostre aspettative si basano sempre, in un modo o nell’altro, su una realtà virtuale rispetto alla realtà che viviamo, su una possibilità concreta che noi siamo riusciti a rappresentarci con soddisfacente dettaglio, su un’opzionalità che più o meno consapevolmente reputiamo realistica. Le nostre aspettative sono dunque sempre degli altrove sopra cui noi puntelliamo e sosteniamo la nostra esistenza quotidiana e reale. La rabbia è un’emozione che scaturisce il più delle volte da una frustrazione. E quale frustrazione non è frustrazione di un’aspettativa? E cosa sono i media – con il loro portato di storie e fruizioni – i media che germinano sopra la ricchezza della società affluente – cosa sono i media se non moltiplicatori di altrove? Mondi possibili, realtà virtuali, posti immaginari, possibilità, opzionalità, potenziali aspettative? Quanti e quali fatiche si devono compiere, allora, per non venire divorati dalle proprie aspettative frustrate? Per non venire mangiati dentro dalla propria lancinante rabbia? Per non venire seppelliti sotto la propria infantile narcisistica e disperata infelicità?

(Q8A5)

Niente che sia veramente nostro

(4) Un appunto su La società dello spettacolo, Guy Debord, 1967

Un’altra faccia della passività come postura esistenziale è il perenne rischio di derealizzazione e depersonalizzazione. Se si fa poco o niente, se si ha la sensazione di fare poco o niente, è piuttosto difficile toccare con mano la stessa esistenza della realtà e anche l’esistenza di noi stessi. Se si è costantemente esposti a storie altrui, immagini altrui – tonnellate di informazioni riguardo altre persone, altre vite, altri posti, altri mondi – è abbastanza naturale che la propria storia, immagine, persona, vita, posto, mondo, perda – se così si può dire – perda consistenza. Di questa cosa a quanto pare ne ha scritto Walter Benjamin e mi piacerebbe un giorno avere il tempo di leggerlo per bene. Comunque sia, ecco, credo che la questione dell’esperienza sia cruciale. Scriveva da qualche parte D.F. Wallace che quando diamo il nostro primo bacio abbiamo già visto sicuramente centinaia se non migliaia di volte un primo bacio di altri. La nostra esperienza, dunque, è veramente la nostra oppure è un’imitazione di esperienze altrui che abbiamo visto e rivisto da qualche parte? Stiamo vivendo una nostra vita oppure stiamo scimmiottando la vita degli altri? Chiaro allora che uno scenario alla Blade Runner è sempre dietro l’angolo, perfettamente realistico e soprattutto psicologicamente comprensibile. Non è molto difficile, infatti, capire cosa significhi un ricordo innestato – che pensiamo sia nostro ma che invece non è nostro – e non è neanche così difficile immaginare cosa si provi a vivere un’esistenza da replicante – credere di essere qualcuno mentre invece siamo solo qualcosa.

(Q8A4)

Reaction

(3) Un appunto su La società dello spettacolo, Guy Debord, 1967

Del libro di Debord mi è rimasto il terrore dello spettacolo come postura esistenziale, questa passività verso ogni cosa, quest’essere sempre un passo indietro rispetto alla realtà. Una passività che ormai non è solo la fruizione di tutto ma anche il fare la recensione di tutto. Essere sempre fin troppo osservativi e fin troppo sensibili a ciò che ci accade davanti. Osservazione e sensibilità che inoltre sono strettamente intrecciati a un’inesorabile impotenza connaturata alla fruizione, allo spettacolo. Cosa puoi fare, se non guardare, davanti a quello che succede dentro lo schermo? Avere la sensazione di non fare niente e quindi, con un raggelante salto logico, non essere niente. Quanto male ci fanno tutte queste storie immagini contenuti mediatici libri film post tweet thread stimoli sensazioni intrattenimenti divertimenti? Quant’era diversa la vita quotidiana, la percezione delle cose, di noi stessi e del mondo, quando non c’erano tutti questi media? Quando non c’erano così tante cose da fruire? Così tante cose a cui reagire? Quanto legate sono fruizione e reazione? La reaction d’altronde è un genere dei contenuti sul web, uno dei più diffusi. Quanto deleterio, nella nostra vita, è questo eccesso di reazione rispetto all’azione? Questo nostro essere reattivi – e cioè etero-diretti, dipendenti da altro – e non attivi? È il nucleo del Nietzsche di Deleuze, un altro libro che mi è rimasto in testa con le stesse modalità di quello di Debord. Forse che il terrore della passività è il vero disagio della modernità?

(Q8A3)

Il velo e lo schermo

(2) Un appunto su La società dello spettacolo, Guy Debord, 1967

“Lo spettacolo non è un insieme di immagini ma è un rapporto sociale tra individui, mediato da immagini”. Così Debord, scimmiottando Marx, tenta di spiegare cos’ha in mente quando parla di spettacolo. Il focus della frase per me non sta tanto nelle “immagini” – parola che io sostituisco tranquillamente con “storie, intrattenimento, contenuti mediatici” – quanto in questo “mediato da immagini”, cioè sul concetto di mediazione, un concetto che Debord riprende da Lukács che a sua volta riprende da Hegel in una sua rilettura in chiave marxista. Mediazione, a quanto ricordo, è qualcosa come il modo con cui il capitalismo – con i richiami seducenti dei media e della società dei consumi – allontana la classe operaia dalla conoscenza dei suoi veri interessi, cioè dalla formazione di una coscienza di classe che è presupposto fondamentale per la lotta di classe, l’azione rivoluzionaria eccetera. Mediazione significa in altre parole rendere la realtà meno immediatamente conoscibile. Mediazione è un velo e uno schermo. Con la mediazione la realtà è velata, è schermata, agli occhi dei soggetti che vivono dentro di essa. Mediazione è allontanamento dalla realtà, è estraniazione dal mondo. Le “immagini” sono per Debord la materia di questa mediazione. Sono il velo e lo schermo. Certo, il discorso di Debord non è molto diverso da quello francofortista sull’industria culturale, sulla critica al consumismo e ai falsi bisogni indotti con cui “il sistema” perpetra sé stesso tramite la pubblicità e Hollywood. Ma forse questa formula debordiana di spettacolo è così vaga e fumosa che ognuno, me compreso, ci vede un po’ cosa vuole. E io ci vedo un particolare disagio della modernità che è principalmente terrore verso la passività. E il personaggio dello spettatore totale, del fruitore assoluto, che è come un emblematico spauracchio, una terrorizzante vertigine abissale.

(Q8A2)

Come piante

(1) Un appunto su La società dello spettacolo, Guy Debord, 1967

Una cosa mi è rimasta di questo libro. L’intuizione dello spettacolo come di una postura esistenziale che è comune a sempre più persone nelle società occidentali. Spettacolo come il risultato di una sempre più comune abitudine alla fruizione di contenuti mediatici, ovvero immagini, storie, intrattenimento, divertimento, prodotti di menti altrui che riempiono la nostra mente e che spesso ci tolgono dall’impiccio di stare soli con noi stessi. Fruizione che per sua natura è fruizione passiva, o no? Perché certo, decenni di studi ci hanno convinto che il fruitore è anche attivo, no? Infinite sono le interpretazioni ardite, le decodifiche creative, le guerriglie semiotiche, le vertiginose riscritture e tante tantissime cose di questo genere. Ma ecco, la fruizione non è sempre in un modo o nell’altro passiva? E l’esperienza della fruizione non è sempre comunque un’esperienza di passività? E questa tanto decantata attività del fruitore non è forse sempre e comunque un’attività reattiva, reazionaria? Una reazione a qualcosa e non un qualcosa? Questa l’intuizione, per me terrificante, che mi è sembrato di scorgere in questo libro. La paura di una passività a cui la fruizione massiccia e continua di contenuti mediatici ci abitua. Un’abitudine che ci ha atrofizzato così tanto le membra che ormai non ci è quasi più possibile alzarci e andare da qualche parte, e forse nemmeno fare qualcosa di qualsiasi natura, e forse nemmeno muoverci veramente, se non per qualche violento tic della faccia, qualche sussulto spastico del collo o qualche sforzata espressione inutile, tanto che rischiamo di essere in definitiva nient’altro che piante, o forse è meglio dire grossi tuberi umidi e panciuti , disposti in fila ordinate dentro un terreno fertile e grasso, costantemente e abbondantemente innaffiati di stimoli, sensazioni, intrattenimento, divertimento e oblio di noi stessi.

(Q8A1)

Solo capricci?

Un appunto su (2) Politicamente corretto. Storia di un’ideologia, Eugenio Capuozzi, 2016 e su (1) La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto, Robert Hughes, 1995

Il politicamente corretto nasce dalla degradazione del sessantotto e dalla fine delle ideologie, soprattutto quella marxista. Perché il marxismo è comunque moderno e modernista, è occidentale, è illuminista. Marx è orgoglioso dei progressi scientifici e tecnici. Per lui – e per tutto il marxismo – l’industrializzazione e la produzione di massa sono cose buone i cui frutti devono solo essere più equamente distribuiti. Dagli anni sessanta del novecento, però, qualcosa cambia. Il marxismo perde la presa sul cuore dei giovani baby boomers e così l’orgoglio per modernità, occidente, illuminismo. Interviene l’autofobia – l’odio di sé stessi – e l’allofilia – l’amore astratto e immaginifico per l’altro, per il lontano, per il diverso, chiunque esso sia. La sinistra intanto cambia – con un movimento che parte dagli Usa ma che presto dilaga anche in Europa – e comincia a fregarsene degli operai e delle questioni economico-sociali. Le sue battaglie si concentrano sempre più su questioni identitarie come quelle razziali e sessuali. La sua lotta viene sempre più diretta verso il campo culturale. Intanto – come racconta Robert Hughes nel suo fondamentale libro – nelle università americane si rifugiano tanti reduci del sessantotto. Sono delusi, sono arrabbiati, ma non sono sconfitti. “Il mondo non è cambiato – pensano – ma noi continueremo a lottare per le nostre idee, le insegneremo, le predicheremo, così prima o poi il mondo cambierà”. Nel frattempo l’istituzione universitaria americana, dagli anni settanta-ottanta, subisce una mutazione: i campus si allargano, diventano vere e proprie comunità quasi autosufficienti e soprattutto isolate rispetto al tessuto sociale e cittadino. Il campus diventa allora una specie di mondo a parte dove le idee possono girare libere e con pochissimi attriti da parte della realtà circostante e dove è ovvio che la tendenza sia quella all’astrazione, all’immaginazione e all’estremismo. Il politicamente corretto è un fenomeno strano e complicato dentro cui confluiscono quarantamila cose diverse: la decolonizzazione, il pacifismo, la controcultura, il femminismo, l’antirazzismo, il multiculturalismo, il postmodernismo e tanto altro. Nella ricostruzione storica di Capuozzi, molto ricca e molto interessante, c’è però un sottofondo ostile e sprezzante che fa un po’ perdere valore al libro. L’autore è esplicitamente un conservatore, non nasconde le sue posizioni dietro a una presunta obiettività, però mi sembra che non argomenti abbastanza il perché le cose di cui parla siano da avversare e disprezzare. Nonostante ciò, la sua lettura del fenomeno mi affascina appunto perché io sono sempre stato tipo di sinistra e tipo progressista e quindi col politicamente corretto ci dovrei andare a nozze. Ma mi affascinano questi paradossi dell’occidente, questo antioccidentalismo degli occidentali. I baby boomers hanno veramente dato il via a generazioni sempre più affette da infantilismo? Davvero hanno iniziato la schiera dei vittimisti e dei narcisisti? Dei petulanti e degli assillanti? Di chi piange e batte i piedi credendo che il mondo gli debba qualcosa? Di chi crede che i propri desideri siano automaticamenti i propri diritti? L’autofobia e l’allofilia sono davvero soltanto capricci di bambini annoiati dalla propria civiltà, quella stessa civiltà che ha permesso loro di essere i figli di quel benessere per cui i padri e i nonni si sono sacrificati?

(Q7A7)

Fare la morale

(1) Un appunto su Politicamente corretto. Storia di un’ideologia, Eugenio Capuozzi, 2016

Nel fenomeno strano e complicato del politicamente corretto appare molto forte la tendenza alla predica e alla moralizzazione. Come se, per cambiare le cose, sia sufficiente fare appello alle coscienze personali. Come se – per cambiare cose complesse come società, economia, cultura, mentalità eccetera – basti soltanto convincere le persone – una per una – convincerle a essere più buone. Il tono moralista e moralizzatore ha in odio la riflessione sistemica, la considerazione della struttura, lo sguardo d’insieme. Punta tutto sul convincimento personale. È quindi ovvio che la “lotta” viri innanzitutto sul piano simbolico, linguistico e comunicativo. E non è dunque strano che spesso grandi questioni come femminismo, antirazzismo e ambientalismo sembrino consumarsi in un costernante vortice di baruffe social e fuffa mediatica. Perché ogni occasione è buona per convincere qualcuno, per fare adepti, per convertire. Io l’ho sempre interpretata come un’abitudine culturale derivante dal cattolicesimo nel caso italiano e dal puritanesimo nel caso americano, un qualcosa che ci è rimasto addosso e che è veramente dura scrollarsi giù. Ma in questo libro ho trovato una lettura diversa e interessante. L’ideologia del politicamente corretto è immediatamente retorica, dice l’autore, è così ossessionata dalla moralizzazione e dal convincimento morale del singolo interlocutore perché strutturalmente funziona in modo diverso rispetto alle vecchie ideologie, primo tra tutti il marxismo. Al contrario del marxismo, infatti, non c’è attenzione alla struttura, come già abbiamo accennato, ma soprattutto non c’è un nemico ben identificato, non c’è una borghesia che è il male e un proletariato che è il bene. No, il male è ovunque. Il potere, il dominio e la violenza e l’ingiustizia sono ovunque, soprattutto dentro di noi, dentro i nostri stereotipi e i nostri modi di pensare che noi inconsapevolmente assumiamo dalla cultura dominante (fallologentrica, bianca, sessista, razzista, imperialista, eccetera). Qui la colpa non è tanto di Freud e della scoperta dell’inconscio quanto piuttosto di Focault, o della volgarizzazione di Focault, non so ben dire, e comunque delle sue teorie del potere che si insinua nei soggetti e che anzi forma i soggetti, li costituisce e li articola eccetera eccetera. Così la moralizzazione, il convincimento morale, la retorica, il martellamento mediatico e social, è un modo per renderti consapevole di quanto inconsapevolmente sei parte del problema. E se tu diventerai consapevole, anche un altro può diventare consapevole, e poi un altro ancora e così via, finché tutti saremo consapevoli e il mondo finalmente cambierà.

(Q7A6)

Affrontare i fortunali

(4) Un appunto su Critica della vittima, un esperimento sull’etica, Daniele Giglioli, 2014

Il libro inquadra bene il problema dell’agency nelle società contemporanee. Questa difficoltà percepita, e chissà quanto reale, nell’agire sulla propria vita e sul mondo, nell’influire con le proprie azioni sullo stato delle cose, sullo smuovere le acque, averne la forza e la volontà. La cultura del vittimismo – dico io: una delle facce dell’infantilismo – è una fuga dall’agency, un rifugio comodo per non prendersi le proprie responsabilità, per fuggire dall’azione e dalla conversazione, per poter schiacciare gli altri e dominarli mantenendo la coscienza pulita e la superiorità morale intatta. Traspare una questione che riguarda tutti, e che di sicuro riguarda me: l’effettiva intenzionalità e costruzione che stanno dietro alla propria vita, questa propria vita che spesso sembra naturalmente e inevitabilmente sballottata dalle tempeste della casualità. Volontà contro fortuna, Davide e Golia. Questo tra l’altro dovrebbe essere uno dei nuclei dell’opera di Viktor Frankl, anche se ancora non ho letto niente di lui. Il rassegnarsi a farsi determinare dal proprio passato – e dagli altri – oppure lo sforzarsi a farsi condizionare più che altro dal proprio futuro, e cioè dalle proprie intenzioni, desideri e progetti – e quindi, se possibile, da sè stessi.

(Q7A5)

Essere adulti, devo proprio?

(3) Un appunto su Critica della vittima, un esperimento sull’etica, Daniele Giglioli, 2014

Per Kant l’illuminismo era l’uscita dallo stato di minorità in cui l’umanità aveva vissuto fino ad allora. Kant vive a cavallo di alcune svolte epocali che hanno dato una sterzata al percorso di Homo Sapiens sul pianeta terra: rivoluzione scientifica e rivoluzione industriale, che vanno a costituire quella cosa che potremmo chiamare la modernità. Da una parte l’invenzione di un metodo che permette di indagare la natura e di agire sulla natura come mai prima d’ora, un modo di pensare più umile e realistico e appunto per questo tecnicamente più efficace, basato su conoscenze ipotetiche e verificabili sperimentalmente, sempre provvisorie e sempre aperte al confronto. Dall’altra parte l’inizio della produzione di massa che significa innanzitutto il superamento della questione alimentare, un qualcosa che getta le basi per un mondo – il nostro – in cui l’uomo non è più dipendente dai capricci della natura, o almeno lo è molto meno, un mondo in cui carestie, epidemie e mortalità infantile non sono più ostacoli insormontabili perfino per i più ricchi e potenti, come invece lo erano prima. Un mondo in cui l’umanità ha in mano, molto più di prima, i mezzi per costruire il proprio destino. Homo Sapiens è diventato Homo Deus, riassume Harari. Forse un po’ eccessivo, certo, ma forse non si sbaglia poi di molto. Comunque sia, il nuovo mondo è caratterizzato da tre cose che prima non c’erano, o comunque non c’erano a questi livelli: razionalità, abbondanza e (conseguente) libertà (si potrebbe dire: la libertà di scelta data dall’abbondanza materiale prodotta dalla razionalità della produzione). Certo, poi non sono mancate le critiche. L’asettico analista della razionalizzazione della società Max Weber che si chiede se tutta questa razionalizzazione non trasformi il mondo in una gabbia d’acciaio, soffocante perché totalmente amministrata e dunque totalmente prevedibile. I francofortisti che leggono l’illuminismo come culmine di un processo distruttivo e autodistruttivo cominciato con i greci, passato per il cristianesimo e finito con il lager e la bomba atomica. Heidegger, Anders e la Arendt che sostengono qualcosa del genere: l’uomo è antiquato, la tecnica lo disumanizza, il mondo diventa un oggetto da manipolare, modificare, consumare e distruggere se necessario. E – si noti bene – il tutto prima di qualsiasi preoccupazione ambientalista. Ma al di là del giudizio su una cosa grossa come la modernità – che ne posso sapere io – quel che mi preme è questo essere adulti di Kant. Questa possibilità che prima l’umanità non aveva e che, certo, è insieme una conquista e una condanna. Perché si puó anche essere costretti a essere adulti. Che tu lo voglia o no. E ciò può entusiasmare o più comprensibilmente puó terrorizzare. Ovvio allora che il primo istinto, a livello collettivo ma anche individuale, sia quello di fuggire.

(Q7A4)

Essere adulti è starti a sentire

(1) Un appunto su Politicamente corretto. Il conformismo morale come regime, Jonathan Friedman, 2018

Non ragionare ma classificare. Non discutere sul merito degli argomenti proposti – non tentare di comprendere, analizzare, riassumere, rielaborare e se serve controbattere, controargomentare, confutare, proporre – ma classificare l’altro e screditarlo, annullarlo come interlocutore e dunque porsi al di fuori della discussione e del ragionamento. L’antropologo Jonathan Friedman, in questo libro, fa un’utile analisi formale del fenomeno del politicamente corretto, questa cosa strana e complicata nata dalla decomposizione del sessantotto, cresciuta nei campus americani e ora propagata in tutto il mondo almeno occidentale e in cui negli anni sono confluiti tantissime cose – New Left, French Theory, dodicimila istanze e rivendicazioni, poi il boom con i social network eccetera – una cosa su cui adesso non mi va di soffermarmi. Mi interessa di più il principio di non ragionare ma classificare. E classificare non secondo stringenti articolazioni logiche ma secondo un associazionismo semantico molto largo. Basta evocare qualcosa legato alle questioni tabù – razzismo, sessismo, imperialismo eccetera – per essere classificati in questo o quell’altro modo. Si è enormemente sensibili a tutte le evocazioni possibili (= associazioni) di parole, gesti e immagini. Il ragionamento è atrofizzato, si va avanti per singoli elementi carichi di forza evocativa – è l’apoteosi dello slogan: verbale, gestuale, visivo – massima carica emotiva e zero carica cognitiva. Il politicamente corretto, ovvero un’altra fuga dal dibattito, un’altra fuga dal ragionamento, un’altra fuga dall’azione. Insomma, un’altra faccia dell’infantilismo che è tanto comodo e chissà se non sia più desiderabile rispetto all’essere adulti.

(Q7A3)

Essere adulti è parlare con qualcuno

(2) Un appunto su Critica della vittima, un esperimento sull’etica, Daniele Giglioli, 2014

Chi definisce la propria identità dall’essere stati vittima di qualcosa si autocondanna a un’esistenza di passività e di non-azione. La propria vita dipende non da qualcosa che si è fatto ma da qualcosa che si è subito e cioè da qualcosa che qualcun altro ha fatto. È la resa alla violenza e al dominio di questo qualcun altro, una continuazione della sua violenza e del suo dominio con le proprie mani. Chi si identifica principalmente come vittima e rende la propria vittimizzazione parte costitutiva della propria identità, inoltre, pretende di avere il diritto di essere ascoltato ma soprattutto pretende di avere il diritto non essere contestato. Vuole l’insindacabilità delle proprie parole, vuole una difesa contro la critiche, vuole porsi al riparo da ogni discussione. Facendo così, stringe le catene della propria prigione, rimarcando la propria passività e la propria non-azione. La discussione è azione, infatti. Il dibattito, l’argomentazione, la conversazione, il confronto e lo scontro tra pari sono attività proprie delle persone adulte, libere ed eguali. Ne ha cantato le lodi Habermas con la sua teoria dell’agire comunicativo, una cosa forse fin troppo illuministica, ottimista e ingenua. Ma ecco, l’illuminismo. Quando penso al cosa significa essere adulti penso sempre all’illuminismo. Per Kant l’illuminismo rappresenta “l’uscita dello stato di minorità” e cioè letteralmente il diventare maggiorenni dell’umanità in generale e – aggiungo io – della singola persona in particolare. L’auto-nomia al posto dell’etero-nomia, ovvero la possibilità di darsi da soli le proprie regole invece che farsele imporre da altri. Ma essere adulti di certo non è facile e non è detto che, persona per persona, sia davvero desiderabile.

(Q7A2)

Essere adulti è fare qualcosa

(1) Un appunto su Critica della vittima, un esperimento sull’etica, Daniele Giglioli, 2014

Essere adulti è qualcosa tipo prendersi le proprie responsabilità, anche se non saprei spiegare bene cosa significa. Forse però, questo prendersi le proprie responsabilità riguarda soprattutto l’azione, le proprie azioni, il loro peso e fardello, e principalmente il peso e il fardello delle loro conseguenze, ma forse il discorso non è neanche tanto sulle conseguenze, forse è proprio l’azione in sé, riuscire a compiere azioni nella propria vita, smuovendo le acque del mondo, anche solo del proprio mondo, forse è semplicemente questo, l’azione, a essere costitutiva dell’essere adulti, ovvero il centro del percorso vitale di ogni persona, l’espressione della singola persona al suo culmine. Di questo libro mi è rimasto questo: il problema non è tanto chi è vittima di qualcosa e lotta per farsi ascoltare, il problema è la cultura del vittimismo che spinge sempre più persone a voler – a volere proprio – ancorare la propria identità all’essere stati vittima di qualcosa. Il problema è la propria identità definita non da qualcosa che si è fatto ma da qualcosa che si è subito. Il problema è la mancanza di azione ma soprattutto la non ricerca dell’azione nella propria vita pubblica e privata. Il problema è questo infantilismo, il non vergognarsi di non riuscire a essere adulti e quindi persone, il non vergognarsi di non essere autonomi ma del tutto eteronomi, dipendenti da altro, in balia di altro. Certo, è un discorso un po’ troppo generale, e poi – applicandolo a casi concreti – il rischio di fare odioso victim blaming è altissimo. Ma una certa attenzione all’azione, alle proprie azioni, e una certa diffidenza verso la passività e la confortevole inazione, un certo sospetto verso il comodissimo e insindacabile senso di superiorità morale che questa cultura del vittimismo promette, e anche una certa vergogna – estetica prima che morale – davanti al pestare i piedi e al fare i capricci a ogni occasione, davanti alle recriminazioni e al ressentiment che avvelena l’anima di chi è infantile quando dovrebbe essere adulto, beh, mi sembrano tutte cose molto salutari.

(Q7A1)

Una stanza tutta per sé

(7) Un appunto su Vita activa – La condizione umana, Hannah Arendt, 1958

Sempre sulla questione dello spazio. Ci vuole uno spazio comune, per relazionarsi, ci vuole la polis, ma le persone della polis devono avere anche uno spazio privato, uno spazio proprio. Possedere un pezzo di mondo, era questa l’idea greca di proprietà. Ci vuole la polis, certo, ma ci vuole anche l’oikos. Ci vuole una stanza comune, possiamo pure dire, ma ci vuole anche una stanza tutta per sé, come scriveva Virginia Woolf in un suo fulminante saggio a cui ripenso spesso perchè mi sembra espressione perfetta di sophrosyne: il buonsenso pratico spesso evocato in Aristotele, la sensibilità per i contesti e le situazioni, l’attenzione verso le condizioni materiali dell’esistenza quotidiana che a me, con la testa fottuta dai troppi libri, mi fa sempre una certa impressione. Come mai, si chiedeva Virginia Woolf, ci sono così poche scrittrici femmine?  E così rispondeva: perché ancora troppe poche donne hanno in casa una stanza tutta per sè – e la scrittrice intendeva proprio una stanza fisica dentro una casa fisica – e cioè un posto tutto proprio, un pezzettino di mondo, dove potersi temporaneamente ritrarre dalla socialità familiare e comunitaria e dunque poter avere la possibilità (il tempo, lo spazio) per riflettere, ragionare, elaborare, ovvero per le attività propedeutiche allo scrivere. Io questo lo metto sempre a fianco di una cosa che forse non c’entra niente ma che secondo me c’entra, e cioè l’analisi di Habermas sull’origine dell’opinione pubblica in Occidente, uno spazio di discussione e critica che si pone tra stato e popolo, caratteristico della modernità, e che secondo Habermas nasce nelle coffe houses inglesi tra il ‘600 e il ‘700 dove ricchi borghesi presero l’abitudine di discutere di affari pubblici cominciando a fare più attenzione alle buone argomentazioni piuttosto che allo status di chi argomentava. Tutto ciò era possibile solo in quel determinato contesto, diverso sia dalla strada, troppo dispersiva, sia dalla taverna, frequentata soprattutto da operai che non avevano l’istruzione ma soprattutto non avevano – non gli rimaneva – l’energia fisica e mentale per portare avanti una pratica del genere. Perché per creare qualcosa di nuovo, per scoprire, per inventare – e come ferocemente dicevano i greci: per riuscire a essere umani – bisogna innanzitutto poterselo permettere.

(Q6A11)

Finirla qui

(3) Un appunto su Insieme ma soli, Sherry Turkle, 2011

Amore per la procreazione, orrore per la sterilità. Come si può amare un robot? Come si può essere in compagnia di un robot? L’erotismo – che caratterizza ogni relazione umana – implica sempre un creare qualcosa di nuovo con qualcuno di esterno da sé, un uscire fuori da sé stessi e incontrare qualcos’altro, gli altri, qualcosa di altro. Erotismo è soprattutto incontrarsi con una differenza rispetto a sé stessi, urtare un negativo rispetto al positivo che noi siamo per noi stessi. Ferirsi se necessario, o comunque rischiare di ferirsi, questo è inevitabile. E tutto per fuggire – direbbe Byung-Chul Han – da quell’inferno dell’uguale che ci fa sentire così soli e così meschini, così angusti e così miserabili, così inutili e così sterili. Per questo non è possibile credere veramente di poter un giorno amare un robot, di poter un giorno desiderare di avere la compagnia di un robot, e non averne vergogna. Perché significa sapere già cosa si vuole, volere solo ciò che già si vuole: cieca soddisfazione dei propri bisogni, pura meccanica, semplice sfogo, placarsi, saziarsi, spegnersi, finirla qui. Certo, con tutta la nostra tecnologia, l’abbondanza e la ricchezza di questa società, la dimensione dell’ hikikomori sarà sempre più confortevole e dunque apparentemente più desiderabile. È la scelta del porno invece del sesso. Del solipsismo invece della relazione. Della derealizzazione e della depersonalizzazione invece del sentirsi reali in un mondo reale. Insomma, è la scelta della malattia invece della salute. E certo, la nostra società permette progressivamente a sempre più malati di non soccombere più come prima, ma anzi di vivere a lungo e in maniera dignitosa. Più che giusto, ovviamente, e più che prevedibile. Ma, quando si può scegliere, si sceglie sempre di stare bene piuttosto che stare male, o no? Si preferisce sempre la salute invece della malattia, o no?

(Q6A10)

Qualcosa di nuovo

(6) Un appunto su Vita activa – La condizione umana, Hannah Arendt, 1958

Non la morte ma la nascita contraddistingue l’essere umano. L’uomo non è un essere-per-la-morte, come diceva Heidegger, ma un essere-per-la-nascita. Perché mai? Non nascono (e muoiono) tutte le specie viventi? Certo, ma l’uomo non è determinato dai propri istinti come gli altri animali. La dimensione umana è più larga, è più aperta. L’uomo ha quella cosa chiamata cultura che ha ampliato a dismisura la varietà delle sue forme di vite attuali e potenziali. Una plasticità cerebrale incommensurabile rispetto a quella degli altri animali, tanto spaventosamente grande che i neurobiologi si mettono le mani ai capelli davanti ai novanta miliardi di neuroni e alle centomila miliardi di sinapsi di un normale cervello umano. Quante cose possibili possiamo pensare? Quante cose possibili possiamo fare? L’uomo, rispetto all’animale, è innanzitutto possibilità. E quello che dice la Arendt è che nella nascita c’è il massimo della possibilità umana mentre nella morte c’è n’è il minimo. Ecco perché la nascita è la cosa più umana che ci sia, la cosa più lontana dal determinismo istintuale degli altri animali, lì dove il peso della natura è minimo e quello della cultura è massimo. Certo, si potrebbe dire: questione di punti di vista, dipende se si guarda dal punto di vista della nascita o da quello della morte, dal punto di vista della possibilità o da quello del limite, dal punto di vista dell’apertura o da quello della chiusura, forse entrambi i punti di vista sono validi, ma in fondo si tratta di sottigliezze teoriche di cui non mi importa niente, e comunque io non sono proprio in grado di fare una dissertazione su una cosa così. Ma ecco, che nella nascita di una persona c’è il massimo della possibilità di un essere umano e del mondo che questo essere umano va ad abitare, beh, questa mi sembra una cosa abbastanza importante. Ma in generale nella nascita di qualcosa di nuovo, nella novità – altro concetto caro alla Arendt – mi sembra riposto un valore molto alto nell’economia dell’essere umano. Ad esempio l’essere adulti, secondo Erikson, si può riassumere nella scelta – o nel dilemma – tra generatività o stagnazione, e cioè le attività di far nascere (o di non far nascere) qualcosa di nuovo. Ad esempio dei figli, ma anche un’opera, un progetto, un’idea, una realtà, un mondo nuovo. Anche questo mi sembra abbastanza importante: il punto centrale della parte centrale – l’età adulta – della vita di ogni persona. Ecco perché l’erotismo – o si può pure chiamarlo amore – è forse la cosa più importante di tutti. L’erotismo e l’amore che, quando siamo innamorati, quando siamo caduti nel loro vortice, ci fanno scoprire energie che vengono da chissà dove e che proprio non immaginavamo di possedere, e che fanno nascere cose nuove, tante cose nuove, sempre cose nuove. Perché forse, alla fin fine, tutto si riduce a questo: amore per la procreazione, orrore per la sterilità. Forse è veramente tutto qui. Ci sarebbe da mettersi a leggere e rileggere Il Simposio di Platone fino a impararlo a memoria e non leggere mai più nient’altro.

(Q6A9)

Avere cura della propria salute

(5) Un appunto su Vita activa – La condizione umana, Hannah Arendt, 1958

La tecnologia si infila nell’umano e ne cambia la quotidianità, la vita pratica e la vita mentale. La cosa è piuttosto evidente nel caso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ma credo sia la stessa cosa per tutta la tecnologia. MacLuhan, nei suoi libri dispersivi e ambiziosi, tenta di raccontare le modificazioni dell’essere umano derivanti da tecnologie come la scrittura alfabetica, la stampa tipografica e infine i media elettrici. Tecnologie come estensione dei sensi umani. La sua tesi è controversa e il suo approccio è certamente un po’ troppo deterministico, però coglie – a modo suo – quella che mi sembra l’intuizione greca della natura umana come perenne modificazione di sé stessa tramite le proprie creazioni e costruzioni tecnologiche, politiche e sociali. L’uomo è ciò che l’uomo riesce a fare con sé stesso e col mondo. La naturalità dell’uomo è la sua artificialità. La sua natura è la sua cultura. Lo schiavo, secondo Aristotele, è “schiavo per natura” e quindi “non pienamente umano” appunto perché le sue condizioni di vita non gli permettono di essere veramente libero e quindi pienamente umano. Cosa sono queste condizioni di vita dello schiavo – storiche, sociali, politiche – se non l’artificialità che plasma la sua naturalità? La natura umana è sempre condizionata, le condizioni della vita umana sono la natura umana stessa, e non a caso il titolo originale del libro della Arendt è The Human Condition. E così, nel mondo di oggi, la naturalità dell’uomo, o forse è meglio dire la quotidianità di tutte le singole persone che lo abitano, è plasmata dalle tecnologie, dalle informazioni, dalle comunicazioni che costituiscono un vero e proprio ambiente, un nuovo mondo che noi abitiamo così come abbiamo abitato tutti i nuovi mondi che abbiamo via via scoperto e inventato. È l’infosfera di cui parla Luciano Floridi nei suo libri. Niente di allarmante, niente di apocalittico. Nient’altro che uno sbocco possibile di una società affluente, ricca e postindustriale dove si vive sempre più a lungo e sempre più in condizioni di benessere fisico e materiale e in cui, conseguentemente, la malattia e la medicina sono ormai le principali questioni sociali; ciò significa che l’umanità ha superato gran parte dei problemi che l’hanno attanagliata durante la sua storia. Lottiamo sempre di più contro la malattia e sempre di meno contro la morte. E la sfida individuale, per sempre più persone, non è più mantenersi in vita ma mantenersi in salute. Non sarà allora forse che oggi la nostra autodisciplina e la nostra intenzionalità, la nostra capacità di concentrazione e di autonomia, è qualcosa di simile alla sana e robusta costituzione di altre epoche? Non sarà allora forse che oggi mantenere la propria salute, o forse è meglio dire avere cura della propria salute (mentale e non), in fondo non è molto diverso dall’essere riusciti a scampare alla mortalità infantile e al tentare di sopravvivere a guerre, pestilenze e carestie, in altre epoche?

(Q6A8)

Il giusto spazio tra di noi

(3) Un appunto su Vita activa – La condizione umana, Hannah Arendt, 1958

La grande costruzione di Vita activa è soprattutto architettonica. La questione dello spazio è centrale. Perché nelle relazioni tra persone non basta mai l’interiorità delle singole persone, le loro qualità e le loro caratteristiche strettamente personali. Come descriverà in seguito Goffman, relazionarsi è sempre immediatamente uscire fuori da sé stessi e quindi occupare uno spazio insieme agli altri. Relazione è sempre innanzitutto esteriorità. Per costruire una buona relazione, quindi, non basta che ci siano persone buone in relazione tra loro, ma c’è bisogno dello spazio perché questo sia possibile. Né troppo vicini né troppo lontani, si è detto, la giusta distanza. Se si è troppo lontani il contatto è così difficile che prima o poi si lascia perdere. Arriverà il momento in cui l’intenzione della relazione si scontrerà con le reali condizioni di possibilità della relazione e ne uscirà sconfitta. Se si è troppo vicini, se cioè i bisogni della singola persona dipendono troppo dalla relazione, dipendono troppo dall’altra o dalle altre persone, se le porte di queste singole persone sono tutte aperte, sono sempre aperte, anche nelle loro stanze più intime e segrete, allora queste persone non hanno lo spazio per relazionarsi tra di loro in un modo buono. La Arendt usa l’immagine del tavolo, che distanzia e insieme unisce le persone. Se il tavolo scompare, se non c’è più il tavolo, allora le persone cadono, si cadono addosso, crollano l’una sull’altra, rovinano l’una dentro l’altra, scorticano i loro confini, lacerano i loro limiti, frantumano le loro forme e si ritrovano così come divorate, masticate e sputate via, ormai schiacciate macinate triturate sbriciolate maciullate squagliate disciolte amorfe, e non si distinguono più tra loro, nessuno è più qualcuno, tutti ormai sono nessuno, e alla fine non ci sono più vere e proprie persone e dunque non ci può più essere alcuna relazione tra persone.

(Q6A6)

Gli altri

(2) Un appunto su Vita activa – La condizione umana, Hannah Arendt, 1958

Lo sguardo degli altri ci conferma e ci certifica l’esistenza delle cose che ci circondano, del mondo e perfino di noi stessi. Va bene, ma di quali altri stiamo parlando? Di gente a noi vicina? Di gente a noi lontana? Di gente a caso? Va bene chiunque? Hannah Arendt nel suo Vita Activa prende la polis greca del V secolo e ne fa il teatro della sua personale antropologia. Secondo la Arendt, questi altri di cui stiamo parlando è gente che non ci è né troppo lontana né troppo vicina. Non possono essere xenos, stranieri delle terre vicine, né ovviamente barbaròs, stranieri delle terre lontane. Devono essere abitanti della polis, che abitano cioè lo stesso mondo che abitiamo noi. Però non possono neanche essere i membri della nostra famiglia. Poiché l’oikos – l’abitazione del membro della polis, comprendente anche le sue terre e i suoi schiavi – è il regno della necessità e non della libertà. L’oikos serve infatti a soddisfare i bisogni fisiologici e al massimo affettivi. È lo spazio in cui ci si riposa, ci si ripara dal freddo, si consumano cibo, bevande, rapporti sessuali e ci si organizza per assicurarsi che tutto questo continui anche nel futuro. La moglie serve a garantire la discendenza. Gli schiavi servono a mantenere, difendere e accrescere la propria ricchezza. Non c’è libertà, nei rapporti che s’intrecciano dentro l’oikos, ma – ripetiamolo – solo necessità, natura, costrizione, dominio, violenza. E quindi, se la libertà nella visione greca è quella caratteristica che contraddistingue la specie umana dalle altre specie animali, nell’oikos l’uomo non è molto dissimile dall’animale. Si può notare facilmente, però, che l’oikos è più importante di quello che sembra. Perché è come se fosse la base dell’umano. L’oikos non è libero ma permette la libertà della polis. È la sua condizione necessaria ma non sufficiente. E non soltanto per la questione, seppur fondamentale, della soddisfazione dei bisogni, ma anche per una questione più profonda. L’oikos infatti, nel sistema sociale dell’antica Grecia basato sulla piccola proprietà terriera, rappresenta letteralmente il possedere e abitare un pezzo di mondo. Per essere un cittadino della polis devi possedere e abitare un pezzettino di polis. Per avere la possibilità di essere libero, e quindi veramente umano, devi prima avere un tuo posto nel mondo. Vediamo qui che i concetti di umanità, di libertà e di polis (e dunque di politica) sono strettamente intrecciati, quasi sinonimi, nella visione greca che la Arendt rielabora in questa sua grande opera. Mi sembrano cose abbastanza importanti anche oggi e, per quanto ne capisco, alcuni concetti derivanti da Aristotele – forse la maggiore ispirazione per la Arendt – rimangono ancor oggi un punto fermo per qualunque concezione antropologica un minimo realistica. Perché l’importante, per l’uomo, non è mai semplicemente vivere, ma vivere bene. E questo vivere bene non può che passare dalle relazioni con gli altri, in quanto l’uomo è zoòn politikòn, animale che fa politica, materia vivente che si contraddistingue per il suo relazionarsi con gli altri della sua specie – come conferma la psicologia evoluzionistica– con modalità assolutamente inedite. In questo modo, nella sua analisi della vita activa che sta al centro del libro, la Arendt si costruisce un criterio per distinguere tra le attività veramente umane e quelle che pienamente umane non sono. Non è dunque pienamente umano il lavoro, l’animal laborans, in quanto concettualmente non è niente di diverso rispetto a quello che si fa nell’oikos. Il lavoro serve infatti a sopravvivere – a vivere e non a vivere bene – ovvero a rinnovare quel metabolismo dell’uomo con la natura che ci tiene in vita. Non è pienamente umana l’opera, la fabbricazione, il produrre, l’homo faber che crea un mondo di cose dentro cui viviamo, in quanto nella sua attività tutto – anche gli altri uomini e i rapporti che si intrecciano con loro – diventa un mezzo per un fine e mai un fine in sé. L’unica cosa pienamente umana è l’azione, la politica, il continuo confronto scontro dialogo conversazione tra la pluralità delle differenze umane, la relazione tra liberi e uguali nello spazio della polis, e ciò che ne nasce. Solo soddisfatti i propri bisogni, assicuratosi il proprio posto nel mondo, lasciatisi alle spalle il lavoro e l’opera, l’uomo si può permettere non tanto di essere libero ma di esercitare la libertà – libertà come creatività, innovazione, invenzione – in quanto la libertà non è mai una sostanza ma sempre una pratica, un’attività, un qualcosa che non è ma che si fa, un qualcosa che, appunto, si pratica e si pratica insieme agli altri. Chi sono allora questi altri che ci confermano e ci certificano l’esistenza del nostro io e del nostro mondo? Sono gli altri che non dipendono da noi e da cui noi non dipendiamo, gli altri che noi non sfruttiamo e da cui non siamo sfruttati, gli altri che noi non dominiamo e che non ci dominano. Gli altri che non ci servono per qualcosa, che non ci sono utili, che non sono soltanto mezzi per qualche nostro fine. Gli altri in cui noi possiamo riconoscere la loro indipendenza e la loro libertà. Gli altri che non diciamo mai che cosa sono ma sempre chi sono. Il chi degli altri è l’espressione della loro unicità, altro concetto fondamentale, e il detentore dell’unicità, per definizione, non è mai intercambiabile. L’unicità è l’espressione della venuta al mondo di un essere umano che sarà sempre differente da qualsiasi altro essere umano che è mai venuto al mondo e che mai verrà al mondo. Da questi altri noi cerchiamo allora di essere riconosciuti come noi riconosciamo loro, di aver riconosciuta anche noi la nostra unicità di essere umani, di essere indicati anche noi con un chi e non con un che cosa. Solo così possiamo essere umani insieme ad altri umani, dentro questo in-beetween che la Arendt cerca di descrivere durante tutta la propria vita intellettuale, questa condizione di possibilità dell’umano, questo spazio politico della polis che rende possibile la nostra e l’altrui umanità. Solo questi altri possono confermare e certificare il nostro mondo e il nostro io. Solo questi altri, se mai è possibile che altri così possano mai esistere per davvero.

(Q6A5)

Essere soli è un po’ essere pazzi

(1) Un appunto su Vita activa – La condizione umana, Hannah Arendt, 1958

Chi sono gli altri? Gli altri che non sono me? Innanzitutto gli altri, per me, sono conferma e certificazione di realtà. Lo sguardo degli altri sulle cose su cui si posa anche il mio sguardo mi certifica che queste cose esistono veramente e che non sono un parto della mia mente. Come faccio ad essere certo dell’esistenza del mondo dentro cui vivo se non ci sono gli altri che me lo confermano e me lo certificano? Per questo perfino i pensieri che ho dentro la mia testa, i miei progetti, le mie idee, le mie opinioni, le mie esperienze e le mie interpretazioni mi sembrano così inconsistenti se, almeno qualche volta, non li faccio uscire fuori da me stesso e li condivido con qualcun altro. Perché, se sul momento tutto questo “materiale interno” mi può sembrare forte e perfettamente in grado di reggersi da solo, alla lunga – se resta dentro la mia testa – questo è destinato a degradarsi e a consumarsi, e presto, terribilmente presto, finirà per sparire tra le pieghe della memoria, come se non fosse mai esistito. Gli altri mi servono dunque non soltanto come sfogo e scarico ma anche perché il loro sguardo sulle mie cose, esterne e interne a me, me le rende più solide e affidabili, o forse basta solo dire più reali. Lo sguardo degli altri sulle mie cose, sul mio mondo, sui miei pensieri e, ovviamente, sull’intero me stesso. Stesso discorso. Come faccio a dire che io esisto veramente se non c’è nessuno che me lo conferma e me lo certifica? Essere soli è un po’ come essere pazzi, o no? Beh, sicuramente essere pazzi è soprattutto essere soli. I concetti di derealizzazione e depersonalizzazione infatti saltano sempre fuori quando si parla di malattia mentale, quando cioè la presenza e lo sguardo degli altri non bastano ad afferrare l’esistenza del mondo e dell’io, e ci si ritrova appunto, oltre che pazzi, irrimediabilmente soli.

(Q6A4)

Non più repressi, ma compressi

(2) Un appunto su The GameAlessandro Baricco, 2018

Un messaggio invece che una telefonata. Una chat invece che una conversazione. Non credo che questo schermo in mezzo, questa cosa che si mette in mezzo fra una persona e l’altra, possa mai scomparire del tutto, non essere più notato. Voglio dire, non credo che la comunicazione mediata da un device – nonostante tutto, nonostante l’abitudine – possa mai perdere la sua natura di surrogato di qualcos’altro. Certo, non nego che questa possa sempre venire considerata meglio di niente, ma non arriverà mai ad essere meglio di qualcosa. Se tocchiamo i classici punti dolenti dell’umana razza, poi, ovvero l’amore e la morte, la gioia e il dolore, la cosa mi sembra farsi piuttosto evidente. Esisterà mai qualcuno che proprio non si vergognerà per niente, neanche nel suo intimo più profondo, di avere mandato un messaggio – invece di aver telefonato, invece di essere andato – ad esempio per fare le condoglianze a una persona cara? O per dichiararsi alla persona amata? O per congratularsi? O per dispiacersi? O per ascoltare? O per dire la propria? O più semplicemente per mostrare la propria presenza nella vita di una persona che gli sta a cuore? Non credo. Il surrogato resterà sempre un surrogato. Nel futuro, nella storia dei prossimi secoli, la sua genealogia resterà sempre chiara ed evidente. La copia non perderà il suo modello, la metafora non perderà la sua origine. Non può succedere altrimenti. Ricordo però una cosa che lessi in The Game di Baricco. Si parlava del formato mp3 e in generale della compressione dei file che consente di archiviare, memorizzare e trasportare quantità sempre più grandi di musica film eccetera. Certo, scrive Baricco, si perde un po’ di qualità nel suono e nell’immagine – si perdono particolari, dettagli, sfumature – l’esperienza viene un po’ sgrossata, seccata, appiattita. La fruizione e l’oggetto della fruizione diventano tutt’e due un po’ più superficiali. Ma in compenso abbiamo accesso a un sacco di musica e di film a cui prima semplicemente non era possibile avere accesso. Abbiamo barattato un po’ di qualità per tanta quantità. È una cosa buona? È una cosa cattiva? Chissà, intanto è successo. Il codice binario, e cioè il digitale, e cioè la rivoluzione informatica, e intanto i mass media, la moltiplicazione dei mass media, e poi la digitalizzazione, l’integrazione e la convergenza di tutti i mass media, e nel frattempo internet, e il web, e i social network. Lo smartphone, Instagram, Whatsapp e Tinder. Tanta quantità al prezzo di un po’ di qualità. Surrogati di tante cose, tante cose compresse che messe insieme fanno comunque tante, tantissime, troppe cose per la nostra singola mente, tanto che ci vorrebbe un’ulteriore compressione per reggerne il peso. L’mp3 dell’mp3. Ma il punto è che l’mp3 comprime il file solo fino a un certo punto, oltre il quale la musica diventa inascoltabile, l’immagine diventa incomprensibile. Troppa compressione, troppa quantità, si trasforma in rumore, frastuono indifferenziato. Tecnologia o non tecnologia, l’essere umano ha sempre i suoi limiti. Ma cosa c’entra questo con le relazioni umane? Con la conversazione faccia a faccia? Con l’empatia? Con gli altri? Con l’avere a che fare con gli altri? Forse stiamo parlando di una questione classicissima come quella della finitezza della mente umana messa davanti all’infinitezza qui non tanto del cosmo ma dei prodotti della sua mente. O forse più semplicemente stiamo parlando della questione della quantità. Tanto si finisce sempre a parlare della questione della quantità. Perché va bene, non ci dimenticheremo mai che il surrogato è un surrogato, ma davanti a una quantità spropositata, immediatamente accessibile e sottilmente allettante, di surrogati, non c’è forse il rischio di preferire – anche solo per inerzia – il surrogato alla cosa surrogata? Nella vita quotidiana ascoltiamo gli mp3 (oggi diremmo: la musica in streaming) o i dischi in vinile?

(Q6A3)

Amare qualcuno anche se non esiste

(2) Un appunto su Insieme ma soli, Sherry Turkle, 2011

In questo libro Sherry Turkle individua due questioni. La prima è quella dell’evitamento degli aspetti più faticosi delle relazioni interpersonali, reso sempre più possibile dalle nuove tecnologie. Un messaggio invece che una chiamata, chattare invece che conversare eccetera. La seconda è quella dell’evitamento delle relazioni tout court. Preferiremmo davvero – non sporadicamente, ma sistematicamente – un robot invece che una persona? Ma anche solo un robot invece che un animale da compagnia? Non parliamo di una singola performance, come può essere una passeggiata, una sessione di gioco o un rapporto sessuale. No, parliamo proprio di qualcosa di continuativo: una relazione più che un’interazione, sentimenti e non solo emozioni. Può una macchina, che noi sappiamo non avere una coscienza (qualunque cosa questa parola significhi), farci compagnia? Cosa significa, in definitiva, farci compagnia? Cosa significa essere in compagnia di qualcuno? Riguardo la prima questione, la studiosa elenca tutta una serie di ricerche sui giovani, ma soprattutto tutta una serie di aneddoti, per evocare uno scenario terrificante di carenza di empatia e una sorta di autismo generalizzato tra le nuove generazioni americane che a me sembra abbastanza esagerato e allarmista. Il punto è: possibile che, fra i giovani oggetto d’indagine, non ci sia mai un pizzico di vergogna per aver optato, quella o quell’altra volta, per la comunicazione schermata, mediata da un device, invece che per la comunicazione faccia a faccia? Possibile che questi giovani non percepiscano per niente il peso e l’importanza che ha la compresenza fisica? La studiosa non problematizza questo punto e qua sta il suo principale problema: il suo sguardo distante e il suo complesso di superiorità, ammantato di toni pietistici e sentimentaloidi, verso questa massa di poveri coglioni con il cervello bruciato dai social network. La seconda questione è più complessa ed è meglio distinguerla dalla prima. Perché nella comunicazione mediata, nel messaggio invece della chiamata, anche se non c’è la compresenza fisica, c’è comunque compresenza – non fisica, magari neanche sincrona – e in qualche modo c’è un contatto con la presenza di un altro, c’è percezione di questa presenza. Stiamo comunque interagendo con qualcuno, stiamo relazionandoci. Nel robot da compagnia questo non c’è. C’è una simulazione di questa presenza. E non è neanche un inganno di qualcuno ai danni di qualcun altro – in quel caso lo scenario sarebbe interpretabile secondo categorie più tradizionali – ma proprio una simulazione che noi sappiamo essere una simulazione: stimoli creati apposta per attivare determinate reazioni in noi. La studiosa cita allora tante interviste di persone che già oggi dichiarano di preferire una simulazione del genere piuttosto che un partner reale o un amico reale o un animale reale. E prospetta un futuro in cui ci saranno sempre più persone che la penseranno, e agiranno, in questo modo. Nelle parole della Turkle non c’è mai il minimo dubbio sulla intima sincerità di queste interviste. Ma io mi chiedo: non sarà forse, e più semplicemente, comunissimo cinismo sarcasmo pessimismo nichilismo? Considerazioni sprezzanti che si sentono in giro tipo: “Un robot è sicuramente meglio di tanti stronzi che ci sono in giro! Almeno posso spegnerlo quando voglio!”. No, la studiosa prende tutto sul serio e, dalla sua distanza e superiorità, e sempre pietisticamente e sentimentaloidamente, immagina futuri allarmanti, esagerati e apocalittici. Ma davvero crede a quello che scrive? Davvero lo reputa possibile? Davvero questo può bastare all’essere umano? Il robot? La simulazione? Il puro feedback in mancanza di fonte del feedback? Il puro effetto placebo? Altri che non esistono ma che almeno soddisfano le aspettative e funzionano bene? Una realtà che non esiste ma che fa tutto ciò che una realtà dovrebbe fare? Una realtà falsa che però funziona? Sherry Turkle, infine, fa un parallelismo che mi è sembrato interessante. Dice che ai giorni nostri la realtà è come il sesso durante l’epoca vittoriana. Se, in quell’epoca di repressione, il sesso era quella cosa innominabile a cui però tutti pensavano e di cui in definitiva tutti parlavano, quella cosa che provocava paure ed entusiasmi, tensioni ed esplosioni di energie (appunto) represse, uno sfondo vivido, un sottofondo frastornante, in quest’epoca di simulazione lo stesso ruolo lo ricopre la realtà. La realtà, qualunque cosa questa parola significhi.

(Q6A2)

Fare a meno degli altri

(1) Un appunto su Insieme ma soli, Sherry Turkle, 2011

Ok magari è vero che i giovani d’oggi preferiscono mandare un messaggio piuttosto che telefonare. E magari è vero che su questa preferenza ci hanno pure costruito tutta una giustificazione etica, o almeno un ben articolato bon ton. Perché telefonare è maleducato, rude, troppo intimo e prevedibilmente inopportuno. È un’invasione di uno spazio privato che noi giovani d’oggi rispettiamo più di ogni altra cosa. E poi, per quanto ci riguarda, telefonare è sempre troppo faticoso, spesso sgradevole o almeno disagevole, e soprattutto rischioso. Chissà cosa può scapparci dalla bocca, infatti. Qualche battuta infelice, qualche strana intonazione della voce. Può darsi che noi non siamo al top, in quel momento. Oppure può darsi che il nostro interlocutore non sia al top. Chissà quanti malintesi equivoci fratture conflitti litigate o anche solo quel retrogusto amaro che spesso accompagna le interazioni telefoniche o, peggio ancora, le interazioni faccia a faccia. No no no. Meglio un messaggio. Comodo, gentile e rispettoso. Non è debolezza, la nostra, né tantomeno mancanza di coraggio, e nemmeno eccessiva riservatezza, freddezza, timidezza. No, voi boomer non capite. La nostra è solo una civiltà più raffinata, un’educazione più evoluta. Ok, questo magari è vero. Magari è pure vero che questi giovani d’oggi – con i loro smartphone, i loro social network e le loro chat – sono più abituati alla comunicazione schermata, mediata da un device, sincrona ma più spesso asincrona, piuttosto che alla comunicazione faccia a faccia, nel qui e nell’ora. E posso pure ammettere che quest’ultimo tipo di comunicazione – immersa nella compresenza spaziotemporale – sia umanamente (qualunque cosa questa parola significhi) più ricca e arricchente, più formativa, più profonda, più importante. E questo soprattutto perché, come sottolinea Sherry Turkle, essa possiede una maggiore larghezza di banda rispetto a tutte le altre possibilità di comunicazione che la tecnologia ci permette. In altre parole, essa veicola più informazioni utili per noi umani, costruisce un’esperienza più intensa e nutriente per il nostro cervello di scimmie superiori che hanno fondato la propria evoluzione – come ho letto nei libri di Michael Tomasello – sulla comunicazione interpersonale, sulla condivisione dei punti di vista, sull’attenzione all’attenzione altrui, sull’intenzionalità collettiva e sulla cooperazione flessibile. Ok, posso capire l’allarme della studiosa, i suoi irritanti toni apocalittici quando parla del grosso problema che i giovani d’oggi avrebbero con l’empatia. Posso perfino capire il suo bisogno di ingolfare i suoi libri di decine e decine di aneddoti sui giovani d’oggi senza la benché minima competenza relazionale, goffi e impacciati, pupazzi catatonici con il naso perennemente su uno schermo luminoso. Ma davvero crede alle sparate sul futuro che fa nei suoi libri? Davvero crede seriamente che sempre più persone in futuro preferiranno robot con fattezze animali invece che veri animali da compagnia? Robot con fattezze umane invece che veri amici e veri partner sentimentali e sessuali? Macchine che simulano affetto ed empatia, che ricostruiscono perfino la convivialità, la confidenza e l’erotismo, ma che non hanno gli inconvenienti dei veri esseri viventi: non si lamentano, non sbagliano, non si ammalano, non muoiono? E che soprattutto si possono spegnere, e accendere, in qualsiasi momento? Davvero crede che gli umani un giorno possano arrivare a non fare differenza tra la compagnia di un robot e la compagnia di un essere dotato di coscienza, qualunque cosa questa parola significhi?

(Q6A1)

Viviamo in una società

(2) Un appunto su Il capitalismo della sorveglianza, Shoshana Zuboff, 2019

La Zuboff si indigna perchè i giganti della Silicon Valley sono impegnati a estrarre dati dai propri utenti, accumularli, elaborarli e venderli. Oltre a questo, denuncia sdegnata l’oscura ideologia di questo nuovo Leviatano digitale, il cui obiettivo non è solo profilare massicciamente il comportamento umano ma prevederlo e addirittura determinarlo, cioè renderlo totalmente prevedibile. Come se la profilazione, la previsione e la prevedibilità non fossero state da sempre l’obiettivo del marketing. Come se “quando il prodotto è gratis la merce sei tu” non fosse un luogo comune. Come se non si sappia che le aziende tendono a fare di tutto per reggere e ingrandire il proprio business. Perchè il business model di Facebook, Google, Apple e Microsoft non è altro che un business model. Evoluzione diretta, tra l’altro, di un modo di fare soldi che va avanti da inizio ottocento e che venne inaugurato da alcuni editori americani. Invece che vendere il giornale ai lettori, si cominciò a infatti vendere i lettori agli inserzionisti. I giornali si riempirono di pubblicità, il prezzo divenne ridicolmente basso, gli articoli e le prime pagine si piegarono all’urgenza di attirare il più possibile l’attenzione di più persone possibili. Da allora, strutturalmente, salvo eccezioni direttamente politiche istituzionali ideologiche eccetera, tutti i mass media funzionano così. Il giornalismo, l’informazione, l’intrattenimento è letteralmente plasmato da logiche di questo genere. Cosa sono gli articoli giornalistici, i servizi televisivi, i programmi radio, tutti i contenuti mediatici, se non canti di sirena tra una pubblicità e l’altra? L’economia dell’attenzione del web 2.0 e 3.0 – le piattaforme e i dispositivi che vogliono il nostro tempo e che si infilano nella nostra vita per succhiarci dati – non è altro che l’evoluzione di quella cosa lì. La vendita della pubblicità non è più in primo piano ma è sempre la cosa più importante. In primo piano c’è la caccia alle informazioni chiave per supportare appunto una pubblicità sempre più pertinente ed efficace (=targettizzata). Sono normali logiche di una società affluente e di un mercato saturo, società e mercato che fanno parte del consorzio umano dentro cui troviamo riparo. Questo chi utilizza le nuove tecnologie dovrebbe saperlo, e se non lo sa, beh, sono cazzi suoi.

(Q5A6)

L’ansia e la procrastinazione sono il prezzo da pagare

(2) Un appunto su La conversazione necessaria, Sherry Turkle, 2015

L’ansia è paura anticipatoria. È insieme danno e beffa, profezia che si autoavvera. Si ha paura di subire un danno ipotetico nel futuro, si sta male a causa di questa paura e così facendo ci si procura effettivamente un danno, un danno reale, nel presente. Lottare contro l’ansia significa tentare di affrontare le cose che ci fanno paura, qui e ora, tentare cioè di afferrarle dal futuro e portarle nel presente. Ma se si procrastina sempre, se si rimanda e rimanda questo scontro con le nostre paure, queste resteranno nel futuro, si ammonticchieranno, si ingigantiranno e minacciose ci si scaglieranno contro. Le cose che ci fanno paura occluderanno allora l’orizzonte e il futuro sembrerà venirci incontro come un camion contromano. Negli ultimi tempi si parla spesso di epidemia di procrastinazione e di ansia tra i giovani e i meno giovani, causata principalmente dai media digitali – smartphone e social network in primis – i quali, con la loro infinita offerta di distrazioni, palliativi e scorciatoie sociali, stanno praticamente bruciandoci il cervello appresso alle troppe stronzate. A me danno molto fastidio certi toni deterministici, apocalittici e predicatori. Non è certo la prima volta che si pensa che il mondo sta per finire. Ma, se non è un camion contromano, cosa sono allora quelle forme viscide e contorte che si stagliano all’orizzonte? Sono forse le cose importanti con cui non vogliamo avere a che fare ma con cui prima o poi avremo a che fare? Si avvicinano, certo, ma sembrano muoversi molto lentamente, non mi raggiungeranno mai. E poi mi sembra di conoscere molti trucchi per poterle spingere sempre un po’ più in là. Certo, dovrei affrontarle, meglio prima che poi. Ma ho talmente tanto altro, tanto altro di meno spiacevole, da fare.

(Q5A5)

Farsi i muscoli

Un appunto (4) su Minimalismo digitale, Cal Newport, 2019, e (1) su La conversazione necessaria, Sherry Turkle, 2015

Sia la nostra capacità di stare in mezzo agli altri sia la nostra capacità di concentrarci profondamente possiamo immaginarla come un muscolo. Proprio come un muscolo, queste due capacità – tra di loro differenti ma entrambe alla base della nostra salute – si rafforzano e si atrofizzano a seconda della pratica e dell’allenamento quotidiano. È sempre molto duro rompere un circolo vizioso e cominciarne uno virtuoso, spostarsi dall’inazione all’attività, però – una volta imboccata la strada giusta – ci accorgiamo di avere dentro inimmaginabili energie sopite e un’insospettabile capacità di recupero, e non appena ce ne rendiamo conto proviamo quella che credo sia felicità. Concentrarsi profondamente e a lungo su qualcosa, senza distrarsi e senza cedere all’attrattiva della gratificazione immediata delle attività superficiali. Essere attenti, presenti, essere soltanto dove si è fisicamente. Conversare con qualcuno, ascoltare, immedesimarsi, cogliere i segnali, esprimersi, confrontarsi, dialogare. Passare del tempo dentro un gruppo di persone, saper leggere il contesto, azzeccare le dimensioni e il tempismo dei propri interventi. Agire nel mondo, tra gli altri, con gli altri. Giungere a cose nuove e inaspettate che mai e poi mai ci saresti potuto arrivare da solo. Far nascere idee imprevedibili, nuovi punti di vista, nuove azioni. Riempirsi dell’energia che scaturisce soltanto dall’interazione tra più persone. Sviluppare, accrescere e coltivare questo potere. Per tutto ciò ci vuole pratica e allenamento, ma tutto ciò porta con sè il suo ineliminabile bagaglio di fatica e spiacevolezza. Noi, se possibile, tendiamo ad evitare la fatica e la spiacevolezza. E i media digitali, riguardo alle due capacità succitate, rendono l’evitamento molto spesso possibile e soprattutto tremendamente facile. Così l’interruzione continua e le comunicazioni schermate di smartphone e social possono da un lato evitarci la fatica della concentrazione e dell’interazione profonda ma dall’altro negarci l’accesso alla salute che queste due capacità ci permettono. Nell’epoca dell’abbondanza e della libertà, la nostra salute è sempre più costruzione e intenzionalità. Sta a noi, se lo vogliamo, allenarci e farci i muscoli.

(Q5A4)

Le dipendenze sono il prezzo da pagare

Un appunto (3) su Minimalismo digitale, Cal Newport, 2019, e su (1) Il capitalismo della sorveglianza, Shoshana Zuboff, 2019

Lo smartphone? Una slot machine. Gli stessi meccanismi biochimici del gioco d’azzardo. Siamo spinti a controllare continuamente e compulsivamente il nostro smartphone perché in qualunque momento siamo certi che avremo una ricompensa – una notifica, un contenuto, un brivido – ma siamo incerti sulla sua entità. È soprattutto questo mix di certezza e di incertezza che ci fa andare fuori di testa. Vinceremo i milioni, solo una piccola somma o soltanto la speranza di una vincita futura? Sempre di ricompensa si tratta. Rappresenta comunque una scarica di dopamina così facile da ottere che ci può condurre alla dipendenza comportamentale. Poi, alla base della nostra attività sui social network, c’è il bisogno di relazione umana e soprattutto di approvazione sociale, che per l’animale uomo si tratta di una questione piuttosto importante, in quanto cose come le cure parentali, le relazioni, il linguaggio, il lavoro di gruppo e la cooperazione flessibile hanno determinato il nostro successo evolutivo e quindi la nostra stessa permanenza sul pianeta terra. Per l’animale uomo, dunque, niente è più importante degli altri e di noi con gli altri e e degli altri con noi e degli altri per noi e di noi per gli altri. E i social network vanno ad insistere proprio su questo punto. Poi, certo, c’è la questione dei giganti della Silicon Valley, delle loro responsabilità sociali e di quanto la loro attività sia assimilabile a quella delle industrie del tabacco che nei loro prodotti mettevano determinate sostanze il cui unico scopo era quello di sviluppare la dipendenza. Ma una certa hybris non è nella natura delle aziende? E più le aziende sono grosse e più grossa è la hybris? E cosa sono le aziende, le grosse aziende, se non particolari conglomerati umani, super-uomini, appunto giganti? E la dipendenza, il rischio di dipendenza, non è forse il prezzo da pagare per un’epoca di libertà e abbondanza di cui le aziende, e le grosse aziende, rappresentano componenti fondamentali? Non è forse nell’ordine delle cose – soltanto una nuova sfida dell’umanità, una tra le tante nella storia – la necessità di affrontare i mille rischi di dipendenza che ci tempestano ogni giorno, affrontare i giganti, affrontare gli altri, i conglomerati di altri, e noi stessi, soprattutto affrontare noi stessi?

(Q5A3)

L’utopia di una comodità assoluta

(2) Un appunto su Minimalismo digitale, Cal Newport, 2019

L’uomo se è possibile preferisce starsene comodo ed evitare i rischi. Animale debole e pauroso che nei millenni è sopravvissuto grazie alla fuga e alla furbizia, l’uomo tende per sua natura a evitare tutto ciò che rischia di essere spiacevole per lui e quindi a preferire tutto ciò che allontana da lui questi rischi di spiacevolezza. Nell’uomo infatti, accanto ad alimentazione e accoppiamento, è centrale il bisogno di un riparo. Per quale altro animale è così importante, come per l’uomo, la propria casa e la propria attività dell’abitare? L’uomo sogna da sempre un proprio personale paradiso della comodità, lì dove la sicurezza, e dunque la libertà, è definitiva e assoluta. Questo è secondo me un buon punto di partenza per cominciare a pensare al nostro rapporto con la tecnologia. Internet, ma più che altro i social, ma forse ancora di più lo smartphone. Ecco, lo smartphone è comodo perchè in qualunque momento ci permette di eliminare la noia – la noia è spiacevole – grazie alle sue infinite possibilità di fruizioni rapide e immediatamente appaganti. D’altra parte i social e in generale le comunicazioni digitali sono fonte di comodità perchè appianano molti attriti dei contatti interpersonali, contengono l’ansia, il disagio, il fastidio e l’imbarazzo delle relazioni umane, riducono l’emotività che spesso porta guai, eliminano le incognite e le incompresioni del non verbale e del paraverbale, permettono in definitiva più controllo sull’interazione e abbassano di molto il livello dell’imprevedibilità, quella cosa non sempre piacevole che ci può portare totalmente fuori strada rispetto a dove pensavamo, lì dove non avremmo mai immaginato di andare a finire. Tutto ciò è potenzialmente spiacevole e di certo, per affrontarlo, bisogna compiere notevoli sforzi e fare abbastanza fatica. Da tutto ciò noi naturalmente cerchiamo riparo. Però il fatto è questo. L’uomo nella sua storia si è costruito questo suo riparo che, come tutto ciò che è cultura, è un farmakòn: veleno o antidoto a seconda dei casi. Troppa comodità trasforma il riparo in una trappola, la casa in una prigione, l’abitare in un incatenarsi. Ma non si può eliminare del tutto il mondo che c’è fuori, la naturale imprevedibilità che scaturisce dall’essere necessariamente gettati nell’altro e tra gli altri. Sicurezza e libertà non possono mai essere definitivi e assoluti. C’è sempre un mondo, fuori. C’è dell’altro. Ci sono gli altri. E tutto ciò o si affronta – usando il veleno come antidoto – o si muore.

(Q5A2)

I senza sonno

(1) Un appunto su Minimalismo digitale, Cal Newport, 2019

Privarsi della propria solitudine è come privarsi del sonno. Con uno smartphone in tasca abbiamo il potere di eliminare ogni momento di noia, ogni tempo morto, ogni occasione per poter restare soli con noi stessi. La solitudine è quel tempo in cui la nostra mente non è condizionata dal prodotto di altre menti. Sono quei momenti di silenzio estatico o di dialogo interiore in cui non leggiamo libri, notizie e post, non ascoltiamo musica, radio e podcast, non guardiamo foto, video, serie tv e film. Stare soli è scomodo e antipatico, spesso spiacevole, ma è sullo stare soli, o meglio sullo saper stare soli, che si fonda la nostra salute. Come il sonno, la solitudine serve essenzialmente a rimettere le cose al loro posto, riunire i propri tessuti organici verso un baricentro vitale, rallentare l’espansione mortifera della materia, contrastare l’orrenda entropia. La solitudine serve a non farci disperdere e disintegrare nel mondo e negli altri, serve per essere qualcuno e non essere nessuno e ovviamente serve per entrare in relazione con gli altri. Perchè bisogna essere qualcuno per avere a che fare con gli altri, o no? Con quale sguardo, con lo sguardo di chi, riesci a reggere lo sguardo altrui? L’intimità con noi stessi è la precondizione dell’intimità con gli altri. E infatti, senza una buona e giusta solitudine, ci rimane solo l’isolamento. L’isolamento stordito e ottuso dei senza sonno.

(Q5A1)

Ora vorrei che Richard Benson fosse qui

Richard Benson lo incontrai mentre stavo annaspando tra troppi miei altrove. Le centinaia di ore trascorse in compagnia della sua voce mi regalarono molte risate e ogni tanto una lacrima di acuta tenerezza. Ora che è morto, pensandoci, lo metto a fianco di certi freak di paese dell’epoca pre-internet e pre-social dentro la quale sono cresciuto. Io mi ricordo bene dei freak di paese, mi ricordo la loro follia e il loro infantilismo e soprattutto mi ricordo la violenza e la compassione che in paese scatenavano. Forse perchè andavano a rimestare tra i nostri dubbi e le nostre paure? E cioè: non è che magari anche noi stiamo vivendo in un mondo tutto nostro? Non è che magari anche noi stiamo vivendo in un mondo che esiste soltanto dentro la nostra testa? Morto Richard Benson, mi sono venute in mente queste e tante altre cose. Perché Richard Benson è stato tante cose. Una biografia assurda e straordinaria. L’indistricabile mescolanza tra realtà e leggenda. Il chitarrista fissato con l’ultratecnica e l’ultravelocità che si prende l’artrosi alle mani. Il volo giù da Ponte Sisto. Le abnormi trasformazioni fisiche. Gli show sfogatoio. Il matrimonio infernale. La povertà. Il ritorno alla musica. Una vita che ha esercitato su di me un fascino spaventoso, credo soprattutto per il fatto che Richard Benson non è nato freak ma lo è diventato. Egli è stato il Cristo Pinocchio, una sorta di Nietzsche del metal, o forse semplicemente un Don Chisciotte. Egli per me – e per molti – è un mondo parallelo, o meglio: è la persistente possibilità di futuri biografici neanche tanto incredibili. La mia ostinazione e la mia dabbenaggine portati all’estremo. Il coraggio che non ho. I problemi psichici che almeno per ora non ho. Ovvero ciò che mi sembra necessario per fare come lui, e cioè: forse percorrere orgogliosamente e fino in fondo una strada che potrei chiamare, ridendo o forse piangendo, la strada della totale libertà. Scelta netta tra l’idea e la realtà. Sposo l’idea e ripudio la realtà. L’antitesi assoluta. Il grande rifiuto. Il totalmente altro. La vita è il nemico. Uomo dell’altrove, Richard Benson l’ho incontrato mentre annaspavo tra troppi altrove. E ora nei suoi confronti, così come nei confronti di tutti gli altri della sua specie, provo forte il desiderio che sia qui.

(Q4A7)

La Grande Friggitoria

Quando cominciai a lavorare presso la Grande Friggitoria mi accorsi subito che il problema non era tanto pulire i cessi. Con l’equipaggiamento che mi fornivano – stivali fino alle ginocchia, guanti fino ai gomiti, occhiali protettivi, panni usa e getta e soprattutto i mai troppo benedetti prodotti chimici – il lavoro non era quasi mai schifoso e vomitevole come mi ero immaginato. Il problema erano invece le scelte che i membri dello staff delle pulizie, al quale inizialmente mi assegnarono, erano chiamati quotidianamente a compiere. Piegarsi o abbassarsi? Rovinarsi le ginocchia oppure la schiena? Luogo comune vuole che è sempre meglio piegarsi sulle ginocchia così da non sforzare la schiena. E che si fa quando invece, raggiunta una certa età, cominciano a far male le ginocchia? Ecco perché i miei colleghi – tutti sessantenni o quasi – si abbassavano piegando il corpo in due e mantenendo le gambe dritte, con un gesto che me li faceva sembrare un branco di struzzi. Io, che ero (ancora) giovane e forte, non mi tormentavo tanto per le scelte che facevo ogni giorno quanto piuttosto per le scelte che in futuro avrei dovuto fare. Le facce scavate, i fisici distrutti, le posture sbilenche e i passi pesanti dei miei colleghi rappresentavano per me un monito e uno spauracchio. Mi sarei ridotto anch’io così? Non ci dormivo la notte. Quello delle pulizie, del resto, era un settore particolare. Certo, si facevano brutti movimenti, ci si abbassava tanto, ogni tanto si alzavano pesi non indifferenti. Destino di tutti erano – se ti finiva bene – le ernie, le vertebre schiacciate, le cartilagini consumate e le vene varicose. Ma chissà perché quelli delle pulizie non avrebbero mai, e per nulla al mondo, fatto a cambio con quelli della produzione. Ufficialmente era per via della natura più dinamica e meno monotona della mansione, il che favorisce la circolazione sanguigna e il buonumore. Facendo pulizie ci si muove di più, dichiaravano, ci si sposta da un ambiente all’altro, si cammina a passo spedito. In produzione invece il più delle volte si sta fermi in piedi per delle ore. La forza di gravità acquisisce allora una sua particolare natura torturatoria e diventa una specie di gnomo sghignazzante che ti siede sulle spalle e che prima ti rallenta, poi ti ammorba e infine ti schiaccia. Ma non era solo questo. In produzione si è del tutto etero-cadenzati. Bisogna seguire il ritmo delle macchine. L’operatore non può rallentare o andare più veloce a piacimento. Facendo le pulizie invece – tenendo ovviamente conto dei compiti giornalieri – si ha un amplissimo margine di ritmo, tempo e possibilità. Cosa di cui i miei colleghi avevano approfittato largamente. Le prime parole che mi dissero, il primo giorno di lavoro, furono infatti: “Lo vedi quel pavimento? Ci vuole mezzora per farlo. Tu ci starai un’ora e mezza”. Stessa cosa per i bagni, gli spogliatoi, le sale mensa, i magazzini, le linee di produzione, gli uffici eccetera. La cosa più importante, per ogni compito, era farlo in un tempo stabilito e, soprattutto, in un tempo sufficientemente lungo. In questo modo il ritmo di lavoro mi sembrava – ed era – di norma lentissimo. Perché mai? Lo capii presto. I miei colleghi, perlopiù sessantenni o quasi, negli ultimi anni avevano costruito, gradualmente e tenacemente, una specie di consorteria della lungaggine, una sorta di complotto del rallentamento, una vera e propria rivoluzione a passo da lumaca. Mese dopo mese, anno dopo anno, avevano mangiucchiato tempo ai diversi compiti fino ad arrivare ai succitati e comodissimi standard. L’obiettivo, pienamente raggiunto, era quello di plasmare – per i loro ultimi anni prima della pensione – una mansione lavorativa il più possibile sostenibile sia fisicamente che psicologicamente. Certo, loro ci avevano messo metodo, pazienza, accortezza ed esperienza. Ma com’era mai possibile che nessuno se n’era accorto? E com’è che nessuno se ne accorgeva? Me lo chiedevo spesso. Il manager sbraitava molto e non perdeva occasione per rimproverarci o spronarci bruscamente eppure sembrava non rendersi minimamente conto della situazione. Era davvero così? Oppure era un classico caso di malinteso doppiamente beninteso? Un ho-capito-e-anche-voi-avete-capito-che-ho-capito-ma-facciamo-finta-di-niente? Non lo so e forse non lo saprò mai. Neanche su questo ci dormivo la notte. Per rimediare alla mia insonnia, dopo i primi mesi nello staff pulizie, mi feci prima passare in produzione, poi divenni capo-linea, poi capo-turno, infine manager. Feci il manager di molti settori della Grande Friggitoria fino a quando, deciso a dare una sterzata alla mia carriera, lasciai tutti a bocca aperta chiedendo di fare il manager dello staff pulizie. Vi ritrovai i miei vecchi colleghi intenti ad aspettare con ansia e inquietudine gli ultimi anni prima della pensione. Con loro fui estremamente gentile e non sbraitavo mai. Ma finalmente li feci lavorare, quegli stronzi.

(Q4A6)

Parole a caso

Forse la cosa principale è che non bisogna mai anteporre ciò che esiste dentro, nella propria testa, con ciò che esiste fuori, nella realtà. È principalmente una questione cronologica: prima cerca di guardare in qualche modo la realtà e poi rielabori le informazioni nella tua testa, magari mettendoci anche del tuo. Insomma, prima il fuori e poi il dentro, o almeno che il dentro non sia così predominante rispetto al fuori. Questo mi sembra il nocciolo di un assetto esistenziale adulto. Questa mi sembra la principale via d’uscita dall’infantilismo che ammorba sia molti pubblici dibattiti sia molti profili individuali, a partire dal mio. Ma da dove mi vengono queste idee? Da esperienze biografiche? Da video su youtube ascoltati mentre vado a lavoro o mentre mi alleno in palestra? Da troppi libri letti sempre troppo velocemente? Forse da tutte queste cose messe assieme. Però sento che mi manca il terreno sotto i piedi. Dovrei fornire una definizione per tutte queste parole che uso come fossero chiavi di un labirinto. Cosa intendo, concretamente, con questi miei essere adulto ed essere infantile? Cosa intendo, soprattutto, con la parola realtà? Dovrei pensarci su, meglio e più a lungo. Dovrei rileggere con più attenzione le cose che ho letto. Studiare sul serio. O forse dovrei smetterla una volta per tutte – di pensarci su e di leggere libri – e cercarmi veramente qualcosa da fare. Qualcosa magari che sia anche utile agli altri, fuori da me, fuori dalla mia testa, nel mondo, nella realtà. E che magari non sia solo pulire i cessi.

(Q4A5)

Il prete

Quante volte, tentando di parlare a proposito di qualche pezzettino di realtà, ho immediatamente indossato le vesti del prete? Il prete, figura grave e solenne che si esprime in modo sufficientemente oscuro da mettere in soggezione e ispirare autorità. Uno così dovrà per forza dire la verità, o no? Non dimentichiamoci che nei paesi cattolici come l’Italia, praticamente fino a l’altro ieri, la messa era in latino. Quante persone capivano qualcosa di ciò che diceva il prete? La parola di Dio, ovvero la Verità, era necessariamente incomprensibile. E la cultura italiana, almeno fino all’avvento dei social (dopo, chissà), è stata in gran parte fondata su questa oscurità della verità e sulla gestione di questa oscurità da parte del potere. Il manzoniano latinorum dell’Azzeccarbugli ne è la figura esemplificativa. Tutte le volte che ho fatto il prete allora stavo semplicemente indossando un abito specificatamente italiano. Sul perché lo si fa, ognuno ha le sue motivazioni. Le mie erano probabilmente composte di basso materiale psicologico. Vanità e compiacimento delle tante e troppe letture che ho portato avanti in un contesto sociale di una povertà culturale desolante. Conseguente e febbrile smania di sciorinare che ovviamente ha schiacciato ogni seppur minima chiarezza, empatia ed efficacia comunicativa. Del resto, è così bello fare il prete. L’atteggiamento paternalista soddisfa la nostra naturale fame di dominio. Il ragionamento per assoluti ci evita in larga misura la fatica dell’ascoltare, del dialogare, del confrontarsi, del negoziare, del mettersi in discussione, dello scendere a compromessi, del venire contraddetti, dell’accettare il provvisorio e l’approssimativo. L’affidarci ciecamente a ciò che reputiamo buono e giusto, la fiducia verso i nostri sentimenti e le nostre intuizioni, l’amore verso ciò che abbiamo dentro la nostra testa, l’utopismo salvifico, escapista ed escatologico, ci fa sentire superiori moralmente agli altri. E poi il conforto, il calore e la limpidezza dello storytelling, la semplificazione narrativa della complessità. Cos’è il fare il prete e fare la predica se non lo storytelling definitivo? Ma quanto mi ha fatto – e quanto mi fa ancora? – stare bene tutto ciò? E quanto sguazzo ancora dentro questa pozzanghera?

(Q4A4)

La predica

Quante volte, tentando di parlare a proposito di qualche pezzettino di realtà, mi sono ritrovato a fare la predica? Quante volte ho detto cose buone, giuste e inutili? E cioè: che non avevano la benché minima possibilità di portare a un intervento, a una modifica, a un miglioramento, di quel pezzettino di realtà di cui stavo tentando di parlare? Neanche la minima possibilità e, in fondo, neanche la minima intenzione? Cose buone, giuste e inutili; forse utili soltanto per sentirmi la coscienza pulita? Per sentirmi moralmente superiore agli altri? Per salvarmi l’anima in previsione del giudizio universale? Cose buone, giuste e inutili, intransigenti e senza compromessi, nette, assolute, fanatiche, ideologiche, filosofiche, massimaliste, adatte solo all’aldilà e non certo all’aldiqua? Quante volte, con le mie prediche, e con le mie auto-prediche, ho dimostrato di disprezzare profondamente l’aldiqua, disprezzare la realtà, considerarla sporca, puzzolente e soprattutto destinata a perire e quindi non degna del mio intelletto naturalmente volto alla contemplazione del divino? Quante volte sono stato infantile, presuntuoso e istintivamente apocalittico nei confronti della realtà? Quante volte sono saltato subito alle conclusioni? Quante volte ho criticato senza conoscere? Quante volte ho condannato senza processare? Certo, probabilmente si tratta di uno specifico tratto culturale italiano. Siamo intrisi di cattolicesimo e di marxismo, cioè siamo abituati a immaginarci paradisi o in cielo o in terra e dunque siamo soliti vivere e pensare in funzione di aldilà, altrove, utopie, perfezioni, totali compiutezze sempre immaginate e mai reali. Siamo dunque a disagio con l’imperfezione, l’incompiutezza, l’abbozzato, il compromesso, il provvisorio e l’approssimativo. E lo rimuoviamo. Dimentichiamo che esista. Abbiamo grossi problemi con la realtà. Questa è stata la cultura italiana, o comunque una sua parte piuttosto importante, almeno fino all’avvento dei social (dopo, chissà). Ed è una cultura orrenda, no? Ma quanto mi ha fatto – e quanto mi fa ancora? – stare bene? Quanto sguazzo ancora dentro questa pozzanghera?

(Q4A3)

Essere un padre e non più un figlio

Lavoravo presso la Grande Friggitoria, ero laureato e pulivo i cessi. Mi lamentavo spesso con un mio collega. Lui un giorno sbottò. “Tu guardi alla realtà come un figlio guarda un padre” mi disse. E iniziò il discorso che io non avevo voglia di ascoltare. “Tu sulla realtà hai aspettative”. “Accuse”. “Recriminazioni”. “Della realtà tu lamenti le cose cattive e pretendi le cose buone”. “Piangi continuamente, batti i piedi e fai capricci”. “E il bello è che credi sinceramente, nel tuo intimo più profondo, che in questo modo le tue richieste saranno accontentate”. “E soprattutto pensi che ciò ti sia dovuto”. “L’infantilismo è il tuo nocciolo e il nocciolo del tuo infantilismo è l’esperienza della realtà come di un’entità superiore con cui sei in relazione di filiazione privilegiata”. “E se non fosse così?” mi disse allora. Io non lo ascoltavo già da un po’. Lui continuò. “La realtà ti si pone davanti, fuori da te, ed è l’unica cosa che ti può servire a crescere, ad essere adulto, ad essere una persona”. “La realtà è lì per contraddirti, mica per confermarti”. “La realtà è indifferente”. “La realtà non ti deve niente”. Io intanto me n’ero già andato. “E se cominciassi a vivere come un padre, rispetto alla realtà, invece che come un figlio?”. “Ma come vive un padre la realtà? – si chiese lui – E non parlo di un figlio che ha un figlio, o di un figlio di un figlio che ha a sua volta un figlio. No, parlo proprio di un padre vero, di un padre padre. Come vive la realtà un padre? Forse un padre vive la realtà semplicemente come un posto da abitare, che lui lo voglia o no? E cioè, essenzialmente, come una possibilità? Come speranza di cose belle e timore di cose brutte? Come azzardo, scommessa, sortita? Come oggetto oscuro da conoscere per approssimazione, procedendo a tentoni ma procedendo? Cercando approssimativamente di azzeccarne le possibilità e le impossibilità? I reali spazi di critica? I reali spazi di intervento modifica miglioramento? Non è forse vero che anche senza risposte si deve pur proseguire? Non è forse vero che bisogna essere all’altezza di un universo senza risposte?”. Il mio collega finì il discorso da solo, in quanto io mi ero dileguato già da un pezzo. In realtà non lo finì del tutto, il discorso. Qualcos’altro gli era rimasto dentro, ma non sapeva tirarlo fuori.

(Q4A2)

Il laureato che pulisce i cessi

Una volta, mentre lavoravo presso la Grande Friggitoria, andai a piangere sulla spalla di un mio collega perché ero laureato e pulivo i cessi. Lui mi chiese se avessi già lavorato in produzione e io gli risposi di si. E che cosa hai fatto? mi chiese lui. “Disastri”, gli risposi io. E in confezionamento? “Disastri”. E in logistica? E in trasporti? E in imballaggio? E in carico? E in scarico? Pulizie? Sicurezza? Portierato?Amministrazione? Contabilità? Vendite? Acquisti? Comunicazione? Marketing? Front office? Back office? Inbound? Outbound? “Sempre e solo disastri”. E scusa, mi disse, allora perché piangi? Vuol dire che qui dentro sei buono soltanto a pulire i cessi. O meglio: che soltanto pulendo i cessi, qui dentro, fai qualcosa che per gli altri ha valore e che quindi ha senso che sia retribuito. “Appunto! Appunto! – gli risposi io – Qui dentro! Ma io ho studiato per fuori. Io mi sono preparato per fuori. Io ho investito per fuori”. E allora va’ fuori, mi disse. Cercati qualcosa fuori la Grande Friggitoria. “Ma fuori non trovo niente – gli dissi – Niente che non sia pulire i cessi”. E allora vuol dire che fuori non hai niente da offrire agli altri. O meglio: niente che per gli altri abbia un valore. Niente per cui gli altri siano disposti, direttamente e indirettamente, a retribuirti. Niente, ovviamente, che non sia pulire i cessi. “Ma io non so soltanto pulire i cessi! – gli urlai – Non sono mica un incapace, io! Tutt’altro! Io so fare questo, questo e quest’altro!”. E cosa c’entra questo con il lavoro? Cosa c’entrano le tue capacità? I tuoi studi? La tua preparazione? I tuoi investimenti? La tua storia? Le tue motivazioni? La tua personalità? I tuoi sentimenti? Cosa c’entra tutto questo con il lavoro? Evidentemente – questa, quest’altra e quest’altra cosa che sai fare, a parte pulire i cessi – non ha valore per nessun altro che non sia tu. Ma lavorare significa fare qualcosa che ha valore per gli altri e non soltanto per te stesso. Cosa pretendi? Fare ciò che vuoi, fare cose che solo per te valgono qualcosa, ed essere pure pagato per farlo? Perché mai? Da dove ti viene questo egocentrismo? Questa presunzione? Questo infantilismo? Questo ingiustificabile e ormai insostenibile irrealismo? Non risposi più ma mi sciolsi definitivamente in lacrime, finendo di bagnargli la spalla, poi mi ricomposi e me ne tornai a pulire i cessi. Lui aspettò di non vedermi più all’orizzonte per guardarsi la spalla fradicia e accartocciarsi in un’espressione disgustata.

(Q4A1)

Dovrei ma mi manca il tempo

Ultimamente, quelle poche volte che trovo il tempo, la voglia e le energie per tentare di ragionare su qualcosa, mi capita sempre di tirare in ballo riferimenti alla biologia, alla neurobiologia, alla teoria dell’evoluzione e a cose di questo genere. A dire il vero non me lo potrei proprio permettere, in quanto ho solo letto velocemente – come al solito, troppo velocemente – i libri del trio Dawkins Dennett Damasio. Mi dico sempre che dovrei studiare per davvero, ma chi ce l’ha il tempo. E poi, ancora più ultimamente, il mio tempo lo spendo facendo tutt’altro. Sto infatti affastellando la casa di giornaletti, album, libricini, ominidi, gnomi, dinosauri dallo scheletro fosforescente, invertebrati dallo scheletro fosforescente, uomini e donne tagliati a metà con tutti gli organi bene in vista, raccoglitori di fossili, minerali, gemme, cartoline, francobolli, monete e banconote da tutto il mondo. Grazie a Ebay sto tappando i buchi della mia infanzia, quando ogni giorno mi facevo il giro delle edicole di paese a esaminare e riesaminare le loro pareti, i loro scaffali e i loro cestoni. Ero un bambino sovrappeso, occhialuto, balbettante e pieno di tic. Avevo il corpo interamente coperto da una fitta peluria rossiccia e ogni tanto terrorizzavo i miei cugini con i miei agghiaccianti ululati. Circospetto e furtivo, entravo nelle edicole senza salutare e approfittavo del perenne via vai di gente che comprava le sigarette per starmene lì a contemplare quelle meraviglie. Poi l’edicolante si avvicinava tentando di rivolgermi la parola e io fuggivo via salivando e ansimando. Tra l’odore di posacenere, inchiostro, carta e plastica, quei posti erano per me un Albero Della Cuccagna ma più spesso un Supplizio Di Tantalo. C’erano fumetti di ogni sorta, album di figurine, buste a sorpresa, edizioni a fascicoli di cui compravo soltanto il primo e il secondo numero perché dal terzo in poi costavano troppo, riviste di musica, riviste di videogiochi, libri dell’orrore cartonati, libri di fantascienza brossurati, mondi fantasy e technofantasy che mi facevano girare la testa. Ci andavo ogni giorno ma, con le mie cinquemila lire settimanali, solo ogni tanto riuscivo a comprare qualcosa. Adesso, a poco a poco, grazie a Ebay, sto recuperando tutto. Ma, ad essere sincero, non sono sicuro di stare godendone come invece immaginavo. Non appena comincio ad sfogliare un giornaletto o aprire un raccoglitore, ecco infatti che mi viene in mente qualcosa che avevo dimenticato ed ecco che vado su Ebay a cercare l’offerta migliore. Finora ho speso quasi tutto il mio tempo non a godere di ciò che ho comprato ma a comprare le cose di cui vorrei godere. Quando arriverà la sazietà? Che senso ha questa mia voracità? Tornando alle mie recenti e non molto approfondite letture, mi sembra di aver capito che questa voracità un senso ce l’abbia. L’uomo è animale debolissimo in un mondo pieno di pericoli e con risorse scarse. L’uomo, per sopravvivere e riprodursi, ha dunque dovuto innanzitutto fuggire i pericoli e reperire queste risorse scarse. Quindi la paura – nel dubbio, scappa – e la voracità – consuma, e subito, tutto ciò che ti sembra buono e nutriente – sono state caratteristiche che hanno fatto la differenza a livello evolutivo, sia se parliamo di individui sia se parliamo di specie. Poi, affrontando la realtà grazie allo sviluppo del cervello e dei suoi strumenti, l’uomo ha progressivamente aumentato la sicurezza, diminuito i pericoli e reso più abbondanti le risorse. E di tanto in tanto ha avuto un così grande successo – ha aumentato così tanto la sicurezza e l’abbondanza – da rendere necessarie cose come la continenza, la misura, la moderazione e il senso del limite. Tutte cose per cui l’uomo utilizza le aree “superiori” del cervello, o meglio quelle più “esterne” “superficiali”, “recenti” e quindi immensamente più deboli rispetto agli istinti primordiali della paura e della voracità. Infine, mentre scorro febbrilmente le offerte di Ebay, e dovrei andare a lavoro e di certo arriverò in ritardo, infine penso che forse un giorno, raggiunta la totale abbondanza e la totale sicurezza in tutti gli ambiti della nostra esistenza, forse quel giorno resterà soltanto una risorsa irrimediabilmente e irriducibilmente scarsa, e che quella risorsa sarà il tempo. Ma non so, mi gira la testa, e dovrei pure andare a lavoro. La verità è che dovrei studiare per davvero. O almeno rileggere quei libri che ho letto velocemente, troppo velocemente, e troppo voracemente.

(Q3A4)

Buone nuove

Meno frequentemente ci si informa su qualcosa e più ci sono possibilità di avere, di quel qualcosa, una visione chiara e pulita. Se ti informi ogni settimana ne capirai di più che se ti informi ogni giorno. E sarà ancora meglio se ti informi ogni mese, ogni anno, ogni secolo. Il tempo infatti seleziona gli eventi del mondo e fa sopravvivere solo quelli veramente importanti, rende più chiare dimensioni e proporzioni, fa luce sulle conseguenze. È un concetto piuttosto banale ma mi ci è voluto leggerlo su un libro di Taleb – non mi ricordo quale – per arrivarci. Durante questa guerra, così come è stato durante il Covid, non provo paura né empatia, non mi indigno né mi faccio un’opinione, ma mi chiedo invece – in un modo del tutto etereo, come se nulla al mondo mi riguardasse personalmente – mi chiedo invece a cosa ci serva questo aggiornamento continuo, queste informazioni che fruiamo non ogni giorno, ogni settimana o ogni mese, ma ogni minuto, ogni secondo, ogni attimo. Cosa ne possiamo capire, così, della realtà? Tutta questa faccenda, poi, mi fa pensare a una cosa che ho letto in un altro libro, questa volta di Neil Postman. Nel libro si prendono in considerazione alcune realtà locali americani e si cerca di focalizzarne i cambiamenti provocati dalla diffusione dei giornali e dall’avvento di quell’oggetto mentale inedito chiamato notizia. Se prima si aveva a che fare quasi esclusivamente con cose su cui poteva (o comunque si credeva di potere) intervenire – informazioni relative la propria famiglia, il proprio lavoro, il proprio villaggio e al massimo il villaggio vicino – dopo l’avvento dei giornali si venne inondati da una miriade di informazioni su posti e persone di cui non si era mai sentito parlare e – cosa più importante – su cui ridottissima era la possibilità effettiva, ma soprattutto la percezione, di poter intervenire. Non mi ricordo perché Postman faceva un discorso del genere né la conclusione a cui arrivava, ma sarà stata una cosa tipo: i giornali, il nuovo oggetto chiamato notizia e la moderna attività dell’informarsi, hanno portato principalmente a un inedito senso di impotenza rispetto alla realtà. Una cosa assimilabile a questa mi è capitata di leggerla pure in Sapiens di Harari, dove l’autore israeliano – in una delle sue solite sparate New Age in cui però qualcosa di interessante la trovi sempre – sostiene neanche tanto velatamente che gli uomini che vivevano di caccia e raccolta erano – almeno individualmente – più intelligenti di noi moderni e certamente molto più intelligenti degli uomini che vissero dopo l’invenzione dell’agricoltura. Questo perché, se i contadini neolitici erano protetti dal sovrano o comunque facevano parte di sistemi sociali più strutturati che garantivano un certo livello di sicurezza ai loro sudditi, i cacciatori-raccoglitori dovevano invece occuparsi in prima persona, e quotidianamente, della sopravvivenza e del reperimento del cibo. Magari conoscevano soltanto una foresta, ma la conoscevano bene. Ne conoscevano approfonditamente ogni albero, ogni ramo, ogni cespuglio, ogni roccia, ogni filo d’erba, ogni punto dove poter ripararsi, nascondersi, tendere un agguato eccetera. Questa informazione, così visceralmente saldata ai bisogni vitali dell’uomo, è l’estremo opposto rispetto alla notizia di cui parlava Postman. E le notizie – e le informazioni di ogni tipo e da ogni fonte – sono la pioggia battente di questo inizio di ventunesimo secolo, uno scroscio continuo sotto cui tutto – punti di riferimento, sensibilità, senso della realtà – rischia di confondersi e disperdersi. Le espressioni infodemia, overload informativo, confusione tra segnale e rumore, sono ormai luoghi comuni. Già molti anni fa si usava dire che l’edizione domenicale del New York Times contiene più informazioni di tutto ciò che di scritto circolava nel XV secolo. Io intanto – che sono cresciuto in provincia, e perlopiù in una provincia siciliana, e che quindi mi ritrovo a credere che la maggior parte degli italiani siano essenzialmente dei buzzurri semianalfabeti – io non posso fare a meno di pensare a quel prima e quel dopo di Postman, a quel prima e quel dopo di Harari. Quanta gente si trova, per la prima volta nella sua vita, e grazie ai social, ad avere un rapporto quotidiano – ogni minuto, ogni secondo, ogni attimo – con le notizie? Cosa provoca questa esposizione a questa quantità e a questa frequenza di informazioni che, come dice Taleb, più aumenta e più non ne capiamo un cazzo del mondo? Ma non è solo un fatto cognitivo, quanto piuttosto emozionale: quanta rabbia, paura, confusione e dispersione porta questo nuovo rapporto con l’informazione? Questo nuovo e velenosissimo senso di impotenza? Io, per parte mia, ho trovato il modo per affrontare la situazione. Ho ridotto al minimo la frequenza con cui mi informo e leggo notizie. Infatti non mi informo né leggo notizie, mai. Quindi la mia visione del mondo è chiara e pulita al massimo grado possibile. In più ho disattivato i miei profili social e da ora in poi andrò in giro con i tappi per le orecchie che mi forniscono a lavoro e con la testa infilata in una scatolina di legno che una volta usavo per il mio allevamento di lombrichi.

(Q3A3)

La fatica di essere superiori agli altri

Distinguersi dagli altri. Forse non lo vogliamo tutti, se presi singolarmente, uno per uno? Non dico essere superiori agli altri, ma almeno distinguersi, spiccare, risaltare. Essere riconosciuti come individui unici e irripetibili. Non lo vogliamo tutti noi? Però in realtà, pensandoci meglio, non è proprio l’essere superiori agli altri, questo che tutti noi vogliamo? Essere superiori, o almeno sentirci tali, o perlomeno apparire superiori agli occhi degli altri. Che c’è di male, dopotutto? Non è forse un istinto evolutivo? Cos’altro è, infatti, il volersi distinguere dagli altri, il voler essere superiori agli altri, cos’altro è se non un’importante declinazione dell’istinto riproduttivo? Più ti distingui – più sei, ti senti e appari superiore – e più hai possibilità di trovare partner sessuali, accoppiarti e trasmettere i tuoi geni. O no? Ho letto quattro cose di teoria dell’evoluzione ed ecco che, abbastanza ridicolmente, mi ritrovo a ricondurre tutto a un unico principio primo. L’uomo, come tutti gli animali, tende innanzitutto a sopravvivere e riprodursi. Poi c’è tutto il resto. Però forse la cosa bella dell’animale uomo è che questo Tutto Il Resto è vastissimo e ricchissimo: abbiamo linguaggio, simboli, cultura, tecnologia, innovazione creatività plasticità elasticità. Tutte cose che, almeno ai nostri livelli, gli altri animali se le sognano. Però gli istinti primordiali restano, non si disperdono mai dentro Tutto Il Resto. Forse che non continuiamo a occuparci, nella vita quotidiana, e con una certa intensità, dello restare in vita, del non morire di fame, di sete e di freddo, dello scampare ai pericoli, dell’accoppiarci e del riprodurci? Non so bene, ma per ora credo di si. Ce ne occupiamo singolarmente, presi uno per uno, e collettivamente, in gruppi, organizzazioni e società. Si producono cibo, bevande, indumenti, abitazioni, norme e leggi per la convivenza civile e via via salendo nella piramide dei bisogni di Maslow. Si producono cose che soddisfano nei modi più svariati i bisogni fisiologici, quelli di sicurezza, di appartenenza, di stima e infine i bisogni di autorealizzazione. Non c’è un gradino per il quale la società – soprattutto la nostra opulenta società occidentale – non abbia provveduto con una ricchissima abbondanza di offerte e possibilità a disposizione. Ora, lo spartiacque antropologico degli ultimi tempi credo sia l’avvento dei social network. Per molti aspetti che riguardano l’animale uomo, c’è un prima e un dopo i social network. Il social network principalmente fluidifica la comunicazione, la rende velocissima e semplicissima. La comunicazione è come un sistema nervoso, circolatorio, neuronale, è insomma una cosa importantissima per quel che riguarda il nostro vivere associato, i nostri modi di organizzarci e produrre. Il risultato è l’esplosione delle succitate opulenze di offerte e possibilità a disposizione. Ovviamente ciò vale anche per la soddisfazione dei bisogni del distinguersi dagli altri e del sentirsi superiori agli altri. La società ci offre una quantità di modi differenti di farlo. Ma l’inghippo è appunto il fatto che sia la società a offrirceli (o, più concretamente, altre persone, gruppi di persone, organizzazioni eccetera). Come facciamo allora a distinguerci dagli altri se lo facciamo in modi che sono gli altri ad offrirci? Ogni volta che ci sembra di esserci finalmente distinti e resi superiori, ecco che ci guardiamo allo specchio e ci vediamo ugualmente anonimi, anonimamente uguali, a tanti altri. E per di più, dentro questa cazzo di internet e dentro questi cazzo di social, ci accorgiamo di aver urlato troppo, di averci creduto troppo, e di essere stremati dalla fatica. Lo sforzo di essere originali senza apparire tremendamente conformisti è immane e forse del tutto vano. E tutto ciò è molto seccante.

(Q3A2)

C’è un prima i social network e un dopo i social network

Un appunto su La metropoli e la vita dello spirito, George Simmel, 1903

In questo libro di Simmel traspare tutto lo shock tardo ottocentesco davanti a questa cosa nuova e mostruosa nata in seno all’industrializzazione. La città, la metropoli. Come dovevano apparire, a un osservatore di quei tempi, questi neonati ma giganteschi agglomerati urbani, magari sviluppatisi nell’arco di qualche decennio se non di qualche anno? Come una spaventosa quantità, innanzitutto. Quantità di gente, di edifici, di macchine, di vetrine, di insegne, di cartelloni. Simmel parla di “intensificazione della vita nervosa” causata da questa quantità di stimoli sensoriali. E come reagiscono le persone, per mantenere un accettabile equilibrio nervoso? Generalmente diventando più blasè, più indifferenti. Ottundimento e assuefazione. Più stimoli, meno sensibilità. E cosa succede però quando un stimolo vuole intenzionalmente colpire una sensibilità man mano più ottusa e assuefatta? Ovviamente incrementa la propria intensità. Se io voglio farmi sentire devo urlare più forte. Se io voglio farmi notare, se io voglio distinguermi dagli altri, devo farlo in un modo più marcato. Simmel nota ad esempio che la città è il luogo per eccellenza dove si sfoggiano look eccentrici. È il naturale adattamento delle persone al nuovo ambiente fatto di quantità, velocità, ottundimento e assuefazione. Oltre a questo, sempre per far fronte a questa intensificazione della vita nervosa dovuta a tale quantità di stimoli, Simmel parla del predominio dell’intelletto, negli uomini di città, rispetto al sentimento, che invece caratterizza la vita psichica degli uomini di paese. L’intelletto è una facoltà più superficiale e veloce rispetto al sentimento, che invece è radicato, lento e pesante, conservatore per natura. Simmel usa qui il lessico kantiano, l’intelletto è pura facoltà logico-calcolatoria, distinta dalla ragione, che invece è più complessa in quanto contempla scopi e motivazioni morali. L’uomo di città, per restare sano di mente, è dunque costretto ad essere più superficiale e cangiante. Deve essere meno sensibile. Deve urlare più forte. Dopo poco più di un secolo, questo libro di Simmel si potrebbe leggere con condiscendenza. Perché dai, troppo pessimismo. L’uomo si è adattato egregiamente alla vita della città. Magari sarà cambiato un po’, ma che sarà mai. L’uomo cambia sempre, per sopravvivere. Ormai più della metà della popolazione mondiale vive nelle città. Ci siamo abituati, ormai. Infine, questo libro di Simmel, si potrebbe provare a leggere sostituendo la parola città o metropoli alla parola social network. E cercare di paragonare quello shock tardo ottocentesco con lo shock di questo inizio di ventunesimo secolo. Perché, mutatis mutandis, si parla sempre di inedita quantità di stimoli, di intensificazione della vita nervosa, di ottundimento, assuefazione, di urlare più forte, di essere costretti ad essere più superficiali e cangianti, e così via. Cosa farà l’uomo, allora? Non farà come ha sempre fatto? Non si adatterà per mantenere un accettabile equilibrio nervoso? Non si abituerà, infine? Non cambierà un po’?

(Q3A1)

Vedere solo ciò che ci è dato vedere

(1) Un appunto su Deephan – Una nuova vita di Jacques Audiard, 2015

In questo film c’è una scena che mi è piaciuta molto. Periferia parigina, piano alto di un palazzone di periferia. Lui e lei sono dentro un cucinino. Lei non parla una parola di francese. È una giovane donna tamil appena fuggita dallo Sri Lanka. Gli hanno fatto trovare un lavoro – cucinare e fare le pulizie – a casa di un vecchio catatonico dalle origini arabe. Lui è il nipote del vecchio, è appena uscito di prigione, ha il braccialetto elettronico intorno alla caviglia. È un classico personaggio di Audiard: è giovane, è ferito, è randagio, è energico, è confuso. A casa del nonno organizza incontri per gestire lo spaccio e cose così. Ogni giorno arrivano i suoi amici spacciatori. Si stravaccano sui divani, discutono a voce alta, a volte litigano. Lui con loro è autorevole, a volte aggressivo, mentre con lei cambia tono, è gentile e discreto. Prova a comunicare con lei ma senza una lingua comune gli riesce proprio difficile. Non ha né la pazienza né l’inventiva necessaria. Lui e lei sono dentro il cucinino. Stanno cercando faticosamente di portare avanti una conversazione. Lui è vicino la finestra e sta fumando erba. Gliela offre. Lei rifiuta. Si ritrae scuotendo il capo e le mani. Poi lui se ne va, esce con i suoi amici spacciatori. Lei prende lo spinello rimasto a metà sul posacenere, fa due tiri, si sporge dalla finestra ma si ritrae subito dopo quando vede che lui spunta giù insieme ai suoi amici spacciatori. È appena uscito dal portone principale del palazzone. Guarda in su verso di lei, le sorride, la saluta. Avrà visto che lei stava fumando di nascosto lo spinello che lui le aveva offerto e che lei aveva rifiutato? Avrà capito che lei probabilmente non è così indifferente nei suoi confronti come vorrebbe invece dare a vedere? Avrà notato che lui per lei rappresenta forse una novità, forse una curiosità, forse un interesse – e forse una gioia – in questo suo nuovo mondo e in questa sua nuova vita dentro cui lei si sente fin troppo spesso frastornata e sperduta? Non lo sapremo mai. Le vicende del film andranno da tutt’altra parte e non ci toglieremo mai i dubbi sul sentimento tra i due personaggi. Le storie che il regista ci racconta non hanno necessariamente una fine. Succedono tante cose – dentro, fuori e tra i personaggi dei film (ma non vale lo stesso per le persone della realtà?) – e noi ne vediamo alcune, non ne vediamo altre. Vediamo solo ciò che ci è dato vedere.

(Q2A4)

Quando mi capita di improvvisare

Come molte altre persone, sono convinto di avere grossi problemi di tempismo. Mi reputo uno specialista dell’esprit de l’escalier, ovvero delle risposte belle e appropriate che però ti vengono in mente sempre troppo tardi, quando hai già lasciato il luogo della socialità e sei ormai sulle scale, in procinto di ritirarti a casa tua. Allo stesso modo mi trovo spesso a disagio quando c’è da interagire in una chat in tempo reale, specie con tante persone contemporaneamente, mentre credo di essere piuttosto bravo a rispondere in maniera adeguata ai messaggi e alle mail. In quel caso sento di avere un controllo profondo delle sfumature relazionali, dei sottintesi e delle implicazioni comunicative delle parole che produco e di quelle che ricevo. Dunque – per chissà quale combinazione di idiosincrasie caratteriali, inerzie motivazionali e difetti d’esperienza – mi ritrovo a vivere dentro una divaricazione decisamente pronunciata tra competenze nel sincrono e competenze nell’asincrono. E forse per questo sono molto affascinato dalla capacità di improvvisazione che scorgo in alcune persone, dal loro saper braccare, afferrare e sottomettere la selvatica sfuggevolezza del tempo, piegarlo ai propri slanci creativi, ricondurlo dentro il proprio personale ritmo. E, quando avverto di esserci riuscito io, quando per un caso fortuito riesco a beccarne una, cioè quando – una volta tanto – mi riesce di improvvisare in un modo bello e appropriato, beh, allora lì sì che si può parlare di vera felicità.

(Q2A2)

Dovrà pur valere qualcosa

É morta una persona con cui e grazie a cui, in passato, ho vissuto cose veramente belle. Era un mio compagno di scuola. Poi, finita la scuola, per giustificate ma ingiustificabili inerzie biografiche, ci saremmo incrociati si e no qualche decina di volte. Sono stati, quegli incroci, come sporadici grumi di flussi che scorrevano furiosi e paralleli. La nostra vita incombeva e, quando si intravedeva all’orizzonte, la nostra vita esigeva e pretendeva. E adesso – adesso che la sua, di vita, è finita – adesso mi sorge il rimpianto per le possibilità di incontro che non si sono realizzate e soprattutto per quelle che non si realizzeranno più. E mi sorge anche un altro pensiero. Perché adesso, a questa persona, io sto pensando sinceramente e intensamente. Dovrà pur valere qualcosa. Chissà se questa mia sincerità e questa mia intensità potrà in qualche modo arrivare a lui. Magari gli farebbe piacere. Magari ciò potrà, anche solo per un attimo, anche solo per un briciolo di quella eternità dentro cui lui adesso vive e respira, magari ciò potrà fargli ricordare della mia esistenza su questo mondo, del mio passaggio nella sua vita. Eh. Che gran stronzata. Perché mai i morti dovrebbero essere capaci di ascoltare i pensieri altrui mentre i vivi no? C’è qualcosa che realisticamente possa farlo pensare? Qualcosa, beninteso, che non sia la nostra (la mia) cattiva coscienza? In realtà, con queste fantasie, cerchiamo soltanto di giustificarci, consolarci, redimerci. Cerchiamo, anzi: cerco, io cerco di farlo. Avrei potuto e non potrò più. Punto. E ciò che riguarda i morti riguarda – certo, con un minor grado di inesorabilità, ma per quanto ancora? – riguarda anche i vivi. Se pensi a una persona ma non fai niente per incontrarla allora è come se non la pensassi affatto. Vivere nel mondo e tra le persone significa uscire fuori dalla tua testa. E ciò che avviene soltanto dentro la tua testa non vale nulla. Anzi, non esiste proprio.

(Q2A1)

Dare al mondo un figlio

(1) Un appunto su Two lovers, James Gray, 2008

Joaquin Phoenix è un giovane uomo mezzo scemo che abita con i genitori. È un po’ infantile e disadattato, certo, ma ha un’intelligenza e un’ironia che bilanciano bene la sua introversione e la sua fragilità emotiva. Un giorno conosce Gwineth Paltrow, che è una sbandata sola al mondo, e se ne innamora. Lei non è indifferente a lui, anzi, lei alimenta le sue speranze. Forse anche lei è un po’ innamorata, chi lo sa. È una sbandata sola al mondo. Per quanto mi riguarda, riesco facilmente a mettermi nei panni di lui. Incontri di questo genere favoriscono desideri e progetti di palingenesi. Si fantasticano cambiamenti radicali. Si prevedono energie e risorse portentose. Ci si comincia a prefigurare quelli che sembrano raggiungibilissimi Paradisi In Terra. L’aspettativa dell’accoppiamento e della riproduzione, quando adeguatamente rinforzata, infiamma la capacità tutta umana dell’immaginazione forse fino al limite massimo mai sperimentato dalla nostra specie. Così Joaquin Phoenix propone a Gwineth Paltrow la fuga. Andarsene da lì. Fuggire in luoghi dove nessuno li conosce. Ricominciare da zero. Farsi una nuova vita. È palesemente una cazzata. Un paradiso che si trasformerà in inferno non appena finiranno i risparmi che i due – più lui che lei – hanno messo da parte. Ma nell’accoppiamento e nella riproduzione, si sa, non c’è molto spazio per il buonsenso. La scena del film che mi è rimasta impressa è però quella quando Joaquin Phoenix sta per fuggire con Gwineth Paltrow e, sulle scale, incontra la propria madre, Isabella Rossellini. Lei ha capito tutto ed è perfettamente conscia della cazzata che il figlio sta facendo. Ma che fa? Lo rimprovera? Cerca di farlo ragionare? Lo implora di non fuggire? Per niente. Lo guarda con uno sorriso doloroso e lo lascia andare. Ora, io davanti a questo comportamento un tempo sarei rimasto meravigliato e credo profondamente ammirato. Perché questo dovrebbe essere il dover-essere per un genitore, o no? Rispettare le scelte dei figli e lasciarli fare, lasciarli vivere, lasciarli sbagliare. Trattarli da persone. Rispettare la loro libertà e autonomia. Dopotutto, quando facciamo i figli, non li diamo al mondo? I nostri figli non sono del mondo? Noi stessi, noi presi uno per uno, noi che tra l’altro siamo tutti figli di qualcuno, non vorremmo anche noi che – comunque sia, a un certo punto della nostra vita – ci si tratti da persone? Che si rispetti la nostra libertà e autonomia? Non ci sentiamo anche noi innanzitutto abitanti del mondo? Non ci sentiamo del mondo? Cosicché Isabella Rossellini, in questa scena di questo magnifico film di James Gray, non rappresenta forse la maternità, la genitorialità, nella sua declinazione più giusta e virtuosa? È un dover-essere, certo, un qualcosa di duro e difficile, ma – avrei pensato un tempo – è pure un qualcosa che rappresenta proprio un bel modo di stare al mondo. Già, e chissà se Isabella Rossellini non speri pure in cuor suo che suo figlio mezzo scemo possa – una volta andato nel mondo – diventare normale? Chissà se non pensi, in cuor suo, che suo figlio sia venuto così – mezzo scemo – perché magari non è ancora andato veramente o non è stato abbastanza nel mondo? Il fatto però è che io, vedendo questa scena, non ho provato ammirazione bensì terrore. Perché io questa storia l’ho già vissuta. Io mio figlio l’ho dato al mondo e il mondo se l’è preso. Gli hanno dato da fumare qualcosa e il suo cervello ci è rimasto. Mio figlio era normale e ora è mezzo scemo. Adesso siede accanto a me, sul divano, sotto il plaid, e il suo sorriso catatonico e la sua smorfia di orrore è l’unica risposta che riesco a dare a Isabella Rossellini che incontra Joaquin Phoenix sulle scale. E alla sua giustezza e virtù. Alla sua insopportabile giustezza e virtù.

(Q2A3)

Questo mi suona nuovo

C’era una volta un mio amico che nella comitiva non sorrideva mai e parlava pochissimo. Poi uno cominciò a chiamarlo Fragola e da lì in poi il suo nome fu Fragola e tutti si divertivano a chiamarlo Fragola. Nei frequenti momenti di vuoto che punteggiavano le nostre estati adolescenti bastava dunque accennare a Fragola per riprendere il filo di un gioco che dava a tutti il buonumore. Giochi di tal specie, tra piccoli, spesso degenerano in una crudeltà appena celata dalla coltre dello scherzo. Chi ha tante energie di solito non ha molti riguardi rispetto agli oggetti dei propri sfoghi. Ma fortunatamente questa cosa di Fragola venne fuori innocua e per certi versi virtuosa. Fragola stesso, che prima in comitiva non sorrideva mai e parlava pochissimo, cominciò infatti a ribattere quando sollecitato ed entrò a far parte delle schermaglie del gioco. Finalmente sorrideva di più e parlava più spesso e in poco tempo divenne amico di tutti noi. Ma non è solo la presenza o meno di una parolina – Fragola, in questo caso – che può dare una svolta decisiva alle faccende di noi persone, ma anche la coloritura che una certa parolina assume nella nostra testa. Io per esempio detestavo il mio nome di battesimo. Antonino. Mi sembrava una goffa combinazione di vecchiume farraginoso e vezzosità infantile. Questo inizio aperto e arioso in A seguito dai suoni più smorti delle O e interrotto dalla smorfia beffarda della I mi davano la sensazione di una promessa non mantenuta. Questa torreggiante T, poi, in mezzo a queste fredde N mi trasmettevano un’altezzosità che il nome proprio non si poteva permettere, in quanto questo suo finire in INO lo faceva suonare chiaramente come il nome di un bambino scemo. Per questo avevo sempre avuto grossi problemi a conoscere persone nuove, perché ciò comportava l’essere obbligato a presentarsi col proprio nome. E per questo non avevo mai avuto una vita sociale normale, in quanto ciò comportava un intollerabile ricorrere di situazioni in cui si era costretti a presentarsi col proprio nome. Non stupisce dunque che ogni giorno, allo specchio, prima di andare a lavoro, vedevo un essere ripugnante, smunto, pallido e con diversi tentacoli vischiosi che fuoriuscivano di tanto in tanto dal naso e dalle orecchie. Ma una notte di poco tempo fa, mentre ero di turno alla Grande Friggitoria, mi capitò di leggere Marco Aurelio. E cosa vi trovai scritto: “Io in quanto Antonino posso vantare questo e quest’altro antenato. Io in quanto Antonino possiedo questa, questa e quest’altra virtù. Io in quanto Antonino sono cittadino di Roma ma in quanto uomo sono cittadino del mondo”. Minchia…. La cosa mi impressionò a tal punto che feci carbonizzare tutta una partita di alette di pollo croccanti. Minchia, Antonino! La dinastia degli Antonini! Non l’avevo mai vista così. Da poco, presso la Grande Friggitoria, mi avevano passato a una nuova mansione di supervisione che di buono aveva il non dover stare tutto il tempo in piedi. Certo, facevo troppi turni di notte ma in realtà la notte non era mica male in quanto il lavoro era molto più tranquillo e ciò mi dava pure il tempo di passare le ore a leggere. Dovetti alzarmi, però, per rimediare al casino combinato. Buttai via quattro grossi bidoni ricolmi di pollame oleoso e bruciaticcio. Ma qualcosa di grosso era accaduto mentre la pelle del pollo sfrigolava, si accartocciava e cominciava ad emanare nuvole dense di fumo nero. Me ne accorsi nei giorni successivi. La realtà mi sembrava più nitida. Il mio sguardo metteva a fuoco meglio. Io mi sentivo leggero e presente come mai prima d’ora. E tutto perché finalmente il mio nome mi suonava bello e imperioso. L’apertura in ANTON era energica ma austera. Si prendeva il proprio spazio – braccia larghe, gambe ben piantate – ma senza aggressività nè compiacimento. La chiusura in INO era invece modesta e gentile. Era un sereno ritirarsi in una posizione più composta. Il nome Antonino quindi mi si mostrò come una promessa pienamente mantenuta. Da allora non ebbi più difficoltà a conoscere persone nuove e la mia vita sociale divenne finalmente normale. Allo specchio mi vedevo adesso florido e dal bel colorito, ed erano pure scomparsi quei tentacoli schifosi che fuoriuscivano di tanto in tanto.

(Q1)

Mai presi alla sprovvista

(1) Un appunto su Intimità fredde. Le emozioni nella società dei consumi, Eva Illouz, 2007

L’unica cosa che mi ricordo di questo libro è una specie di reportage sul mondo dei siti di incontri online e della delusione generalizzata da parte dei suoi utilizzatori. Perché è allucinante – ripetevano gli intervistati – noi abbiamo inserito sul database tutto ciò che cerchiamo in un uomo o in una donna. Abbiamo scrupolosamente limitato la scelta del partner. Ne abbiamo specificato l’età, l’altezza, la carnagione, il colore degli occhi, il colore dei capelli, l’orientamento politico, la professione, il reddito, gli hobby, gli interessi culturali. Abbiamo fatto di tutto per non avere brutte sorprese, ma ecco che – ogni volta che arriva il fatidico momento dell’appuntamento faccia-a-faccia – ecco che in lui o in lei c’è sempre qualcosa che stona, qualcosa che ci mette a disagio, qualcosa che ci irrita o ci disgusta. Nei casi meno gravi è semplicemente noia. Lui o lei è noioso. O comunque noi ci annoiamo. Ma questa noia è davvero una cosa meno grave o forse è la cosa più grave di tutte? A questo punto l’autrice fa tutta una tirata moralistica e francofortista sul fatto che – con internet, la finta libertà consumistica e l’illimitata possibilità di scelta – abbiamo l’illusione che tutto sia programmabile e prevedibile e che questa programmabilità e prevedibilità sia un bene in sé. Invece no, le nostre aspettative sono enormemente sopravvalutate e anzi nella maggior dei casi sono delle trappole. Il consumismo vuole incatenarci alle nostre aspettative (e ai nostri falsi bisogni indotti) e non ci vuole fare uscire da noi stessi, imprigionandoci quindi nell’inferno dell’uguale che è tanto comodo a una società che ci vuole consumatori e basta. Mentre invece dovremmo dare meno importanza a ciò che pensiamo di volere, a ciò che pensiamo in generale, e restare aperti all’imprevedibile. Coltivare il Thaumazein. Aprirci all’evento e all’esperienza, quella vera, quella che ci coglie alla sprovvista e ci ferisce, perché ci espone all’esterno, all’Altro. Solo così possiamo essere umani degni di essere chiamati umani, perennemente capaci di trascendersi, fieri discendenti di Prometeo. Ora, questo libro l’ho letto più di dieci anni fa e mi è tornato in mente mentre stavo leggendo i libretti di Byung-chul Han e il libro della Zuboff. Non so quindi se il mio ricordo è distorto da queste recenti letture. Quando lo lessi cercavo nei libri conferme al fatto che il capitalismo era il male del mondo e che prima era meglio. Adesso no. Ciò nonostante continuo a leggere cose così. E a pensarci su.

(Q1)

L’albero casa

La mia ragazza una volta era una bambina e giocava con tanti cugini che erano tutti più grandi di lei. Quando si è piccoli pochi anni in più o in meno fanno la differenza. Così c’era quell’albero – che veniva anche chiamato l’albero casa – sopra cui tutti si arrampicavano. Ma la mia ragazza proprio non riusciva. Aveva le gambe e le braccia troppo corte. Una volta, dopo pranzo, aveva approfittato di un momento di languore generale per andarsene lì, da sola, al cospetto dell’albero casa, per provare e riprovare ad arrampicarsi. Dopo un po’ di sforzi, graffi e qualche piccola caduta, un rumore agitò il silenzio di quella domenica estiva. Un fruscio secco, uno scricchiolio di sterpaglie, ed ecco che sbucò un grosso cane che prese a ringhiarle ed abbaiarle contro. Terrorizzata, la mia ragazza indietreggiò di qualche passo ma il cane avanzò verso di lei digrignando ancor più i denti. La mia ragazza cacciò un urlo, si voltò verso il grosso tronco dell’albero casa e con tre salti arrivò al ramo più alto, quello dove neppure i cugini più grandi erano mai arrivati. Ma il ramo più alto era pure il meno robusto e poco dopo si spezzò. La mia ragazza cadde sul terreno con un tonfo sordo. Il cane si spaventò e fuggì con un lungo guaito che si perse in mezzo agli alberi. Gli ingranaggi ancestrali fanno emergere energie e abilità che provengono da chissà dove. Ne parla molto Taleb nei suoi libri, che io non so valutare in modo distaccato perché mi hanno colpito molto durante alcuni momenti cruciali della mia vita. Ne parla anche Hannah Arendt, e vale un po’ lo stesso discorso di Taleb. Una cosa è pensare, un’altra è fare. Una cosa è pensare di fare, un’altra è essere costretti a fare. La grande sopravvalutazione della teoria e del pensiero, del logos. La grande sottovalutazione della pratica, dell’azione, della technè. Sono banalità, lo so, ma quanto importanti? Una cosa che mi sembra molto importante è la centralità di ciò che emerge all’interno di noi quando siamo costretti a fare. Gli ingranaggi ancestrali che a me, con la testa fottuta dai troppi libri, mi hanno sempre fatto una certa impressione. E mi chiedo pure: quand’è che si arriva al punto che, all’interno dell’animale-uomo, questi ingranaggi ancestrali vengono danneggiati irreversibilmente? A che punto si deve arrivare per rompere il meccanismo? Penso a cose tipo la depressione. Quand’ero piccolo ricordo che sentii, forse alla tv, forse in un programma di Enza Sampò, di una persona depressa che era caduta dalle scale, si era rotta una caviglia o qualcosa del genere, ed era rimasta lì per giorni senza lamentarsi né chiedere aiuto. Semplicemente perché non ne aveva la voglia, non aveva le forze, non aveva le energie. L’animale-uomo, credo per esigenze di adattabilità all’ambiente o comunque cose evolutive, è diventato vertiginosamente innovativo creativo plastico elastico. Lo spettro dei suoi comportamenti e atteggiamenti, dei suoi moti emotivi e riflessivi, è così magnificamente ampio che può accadere persino che si danneggino – che si cancellino? – i suoi più basilari istinti evolutivi. Patologie e perversioni sono il prezzo da pagare per la vertiginosa magnificenza dell’animale che siamo. Sul perché e sul percome regna la confusione più sovrana, almeno nella mia testa. Ma la confusione è un po’ come l’aria che respiriamo – mi azzardo a dire: per tutti noi – e l’albero casa è sempre lì, per tutta la vita. Si può sempre provare ad arrampicarsi, essere costretti a farlo, oppure non averne la voglia, le forze, le energie.

(Q1)

Altrove per tutti

(1) Un appunto su The Game, Alessandro Baricco, 2018

Io posso pure non stare sui social, dice Baricco, posso pure disprezzarli e deriderli in pubblico e nel mio intimo più profondo. Posso pure fare come se non ci fossero. Ma io quasi non faccio testo in questo discorso, perché sono uno scrittore, un artista e un intellettuale. E, anche se non lo sono per davvero, sono riconosciuto come tale. E, anche non dovessi essere riconosciuto come tale, almeno dentro di me c’è la convinzione di esserlo. Io posso giocare con la fantasia, plasmare immaginari, inventarmi cose, fare finta di essere diverso da come sono. In più, posso illudermi di poter lasciare qualcosa di me ai posteri, essere ricordato per qualche mia storia o qualche mia idea. Il mio esempio non conta quasi nulla, quindi, nel discorso dei social. Perché storicamente la mia categoria ha sempre avuto il privilegio di un Altrove autorizzato, un Altro Mondo al di là del qui e dell’ora. Scrittori, artisti e intellettuali – anche prima dei social – hanno sempre avuto il proprio spazio di rappresentazione e di autorappresentazione. Un manufatto infinitamente cesellabile che gode degli ampissimi margini di manovra che la grande artificialità permette e tramite cui è sempre possibile occultare, camuffare, ricreare e se necessario riscattare Questo Mondo, le sue durezze, le sue bassezze e le sue strettoie. Un manufatto, inoltre, che spesso è immediatamente visibile al proprio e all’altrui sguardo. La portata spaventosa dell’irruzione dei social nella vita pubblica e privata delle persone è data allora dalla possibilità, tecnologicamente determinata, di questo Altrove per tutti. E – sociologi attenzione! – questo tutti di cui stiamo parlando è qui, credo per la prima volta della storia, un tutti veramente autentico. Questo The Game l’ho letto insieme ai Barbari, sempre di Baricco, e Il capitalismo della sorveglianza della Zuboff. Sono tutti e tre libri molto criticabili. Però contengono alcuni spunti, o semplici informazioni, che per me sono stati molto rilevanti. Baricco e la Zuboff  li pongo ai due poli opposti per quanto riguarda la valutazione sul nuovo mondo del digitale e dei social network. Estremamente entusiasta il primo, estremamente apocalittica la seconda. Su chi abbia più ragione non credo avrò mai il tempo di farmi un’idea che non cambi radicalmente nell’arco di una notte.

(Q1A12)

Energie che vengono da chissà dove

(1) Un appunto su Heat – La sfida, Michael Mann, 1995

Noi postmoderni non possiamo non sorridere almeno un po’ davanti ai film di Michael Mann. O forse sono io che sono fatto troppo cinico, non so. Fatto sta che io – parlo per me, che è meglio – non riesco mai a prendere sul serio la serietà dei film di Michael Mann. Ma se tralasciamo questo, e io lo tralascio, Michael Mann è niente di meno che grandissimo, magnifico, cinema. Heat – La sfida è pieno di banalità, e allora? Tutto il materiale filmico è trattato con la cura dell’artigiano e tenuto insieme col gusto dell’artista. E, soprattutto, il film eccelle per quella cosa senza la quale il cinema non è buon cinema, e cioè un ritmo consapevole, curato e portato avanti con grazia e sensibilità. Cosicché, quasi esclusivamente grazie al ritmo, Michael Mann è riuscito a penetrare nel profondo del me-spettatore con una mossa che è insieme formale ma anche di contenuto. Sto parlando della scena di Al Pacino che torna a casa e trova la figliastra, una Natalie Portman adolescente, a mollo nell’acqua rossa della vasca da bagno con le vene tagliate. La sua corsa in ospedale per salvarla. Le sue braccia che stringono la ragazzina livida. Una scena che per me ha avuto un fortissimo impatto emotivo e che mi ha fatto calare nella storia come non mi succede praticamente mai (da bravo postmoderno radical chic, fruisco delle cose con quel distacco ironico che probabilmente condurrà definitivamente al tramonto dell’Occidente e alla futura supremazia economico-politica mondiale della Cina imperiale). In un film che tematizza, anche in modo banale, l’impossibilità di avere affetti stabili quando si è troppo a contatto con le durezze della vita (“mai legarti a nulla che non puoi abbandonare in pochi secondi non appena arriva la polizia”) questa scena di intensa frenesia, di sforzo e di agitazione per salvare una vita umana ha toccato corde che non sapevo di avere. Micheal Mann è riuscito a mostrarmi un istinto in tutta la sua potenza – istinto di sopravvivenza, istinto di solidarietà – un qualcosa che fa scattare dentro l’animale-uomo un ingranaggio ancestrale. Il cervello e il corpo scoprono energie sopite. Una forza e una resistenza che sono irraggiungibili in condizioni normali. Al Pacino, mentre è intento a salvare Natalie Portman, avrebbe potuto rompersi tutte le ossa senza, in quel momento, provare dolore.
Una cosa molto simile succede ne I demoni di Dostoevskij. E in effetti quando lo lessi – piena adolescenza – provai una sensazione analoga. De I demoni mi ricordo tanti giovanotti viziati e annoiati e tante signore di mezza età dentro aristocratici salotti russi dove è di moda parlare in francese. Uno di questi giovanotti evoca sempre una fantomatica congiura socialista che sarebbe lì lì per sovvertire lo status quo della Russia e intanto disquisisce di certe tesi nichilistiche per cui il modo più nobile di esercitare la propria libertà sarebbe quello di suicidarsi. Solo così, tu, individuo dentro questo gregge, titano ribelle dentro questa natura matrigna, puoi affermare il tuo arbitrio contro la necessità del mondo, la tua illimitatezza contro i limiti che ci tormentano eccetera eccetera. Sembra l’antenato degli attuali idioti estinzionisti e antinatalisti. Ne parla così tanto – e Dostoevskij quando vuole sa usare le parole in maniera sulfurea – che cominci quasi quasi ad ammettere che dopotutto non ha mica tutti i torti. Quand’ecco, però, che anche lui si trova nella stessa situazione di intensa frenesia, sforzo e agitazione di Al Pacino. E le sue azioni contraddicono tutti i suoi discorsi precedenti. Una donna sta partorendo e un bambino deve nascere. Evitare una morte o aiutare una nascita. Sopravvivenza e solidarietà. Ingranaggi ancestrali.

(Q1)

Cosa ce ne faremo della nostra speranza

(3) Un appunto su Storia della morte in occidente, Philippe Arìes, 1975

Certo, comunque, essere vecchi dev’essere brutto. O forse no. Già ora, che sono nelmezzodelcammindinostravita, scopro un certo piacere nel voltarmi indietro e intingere il dito nella dolcezza dei ricordi. Ma forse non è solo questo. Forse è come ho letto da qualche parte, e cioè che da vecchi la propria condizione psichica può – sinteticamente e schematicamente – dirigersi verso i due poli dell’autorealizzazione oppure della disperazione. Saremo appagati, beati, placidi. Oppure saremo disperati, rancidi, amarissimi. E non so, credo c’entri anche qui il proprio rapporto con la speranza. Ho sempre interpretato l’eterno ritorno dell’uguale di Nietzsche, il vivere ogni attimo come se questo dovesse ripetersi in eterno, come una sorta di radicale rimozione della speranza dalla propria vita. Un vivere l’immanenza del qui e dell’ora finendola finalmente di tendere sempre a un altrove, senza più speranza di un altrove. E’ una cosa che mi ha sempre provocato un certo gelo allo stomaco. Poi vabbè, probabilmente questa idea nietzschana è poco più del vaneggiamento di un folle. Una formula vaga e confusa su cui, a causa delle nostre perversioni accademiche, sono stati versati ettolitri d’inchiostro. E di sicuro, in questo appunto, sto rigirandomi tra banalità di cui è una vergogna parlare. Però, chissà queste cose come funzioneranno, se e quando sarò vecchio.

(Q1)

Il valore di ogni luddismo

(2) Un appunto su Storia della morte in occidente, Philippe Arìes, 1975

Ok ok, prima si moriva con dignità nel proprio letto. La morte ti veniva annunciata con un certo anticipo e avevi il tempo di rassegnarti e prepararti alla tua morte. Anzi, dice l’autore, la morte era il coronamento di una vita. Era il momento in cui più di ogni altro avevi il diritto di esprimerti e di essere ascoltato. La morte era sempre la propria morte, forse la cosa più indiscutibilmente personale, intima e importante nella vita di una persona. Oggi invece, se stai per morire innanzitutto non ti dicono che stai per morire. Sei solo un malato tra i tanti. Un oggetto di diagnosi e terapie. Vieni continuamente violato dagli esami, dai trattamenti, dagli interventi. La tua libertà viene sottratta dalle proibizioni e dai ricoveri. La tua opinione non conta nulla. La tua parola non viene ascoltata. La tua personalità è soltanto un potenziale ostacolo alla manipolazione medica sul tuo oggetto-corpo. Una potente rappresentazione di questo disagio c’è nel racconto di Tolstoj La morte di Ivan Il’ič, citato nel libro. Il protagonista protesta perché lo stanno privando della propria morte. Oggi la morte non è più esaltazione della propria unicità e irripetibilità biografica ma bensì degradazione allo stato di animale o meglio di cosa. E anzi, spesso è un’umiliazione abbastanza sfacciata. I medici ti blandiscono con fare mellifluo. I parenti ti assecondano come si fa con i pazzi. Ok, e con questo? Ogni cosa ha un costo. E un’innovazione tecnologica come quella della medicina contemporanea avrà certo i suoi costi, tra cui le cose che ho citato sopra. Preferiamo un mondo senza medicina? Tornare indietro è impossibile, sempre e comunque, ma per assurdo, pensiamoci seriamente, preferiamo un mondo senza medicina? Che valore ha questo luddismo? Ogni luddismo? Subito dopo il libro di Ariès ho letto Nemesi Medica di Ivan Illich, una intransigente critica alla medicina contemporanea in pieno stile francofortista. L’ho finito di leggere. E l’ho buttato dalla finestra.

(Q1)

L’appuntamento non per sempre rimandabile

(1) Un appunto su Storia della morte in occidente, Philippe Arìes, 1975

Certo dev’essere brutto essere vecchi. Al di là delle forze che mancano e del progressivo disfacimento fisico, la cosa più brutta mi sembra il sopraggiungere del non per sempre rimandabile appuntamento con la morte. Io, tanto per fare un esempio, io come penserò alla morte quando sarò vecchio? Ci penserò? Oppure continuerò a fare come ho sempre fatto, e come credo sia normale fare, ovvero doppio fondo psichico e polvere sotto il tappeto? Non so se questo mio atteggiamento sia una costante universale dell’uomo oppure è una cosa di ora. Una volta credevo che tutto era culturale e frutto delle circostanze storiche e soprattutto che tutto era colpa del capitalismo. Ora non ne sono più tanto sicuro. Comunque almeno una cosa interessante a riguardo l’ho trovata, ed è in questo libro. L’autore è uno storico francese specializzato in morte il cui coronamento della carriera immagino sia stato l’8 febbraio 1984 quando è diventato uno storico francese morto specializzato in morte. Nel libro si parla della morte com’era prima lasciando quasi del tutto al lettore il paragone con la morte com’è ora. Con questo prima si intende prima della diffusione della medicina contemporanea, intendendo la medicina contemporanea come la medicina occidentale dal secondo dopoguerra a oggi. Ma ecco la cosa interessante. La morte com’era prima era generalmente una morte annunciata. Salvo nei casi di morte violenta, la morte era un qualcosa che ti veniva sempre comunicato con un certo grado di anticipo. Arrivava un dottore, ti controllava con un paio di strani strumenti perlopiù metallici, scuoteva la testa e ti diceva che non c’era più niente da fare. Nelle famiglie povere, cioè quasi tutte, il dottore manco arrivava. Si moriva. O meglio: arrivava la morte, e tutti la riconoscevano. Dopo una vita più o meno lunga ecco che arrivava il malanno definitivo che ti prosciugava finché esalavi l’ultimo respiro, possibilmente disteso su un letto grande e pulito e circondato da qualcuno che ti voleva bene. Il perché era perché Dio aveva deciso così. Il percome non importava. Non ci si interrogava circa la natura del malanno, perché era inutile. L’autore accenna dunque a un’abitudine generalizzata, nel mondo pre-medicina, a rassegnarsi a morire, innanzitutto, e quindi a prepararsi a morire, sia dal punto di vista materiale (pagare debiti, riscuotere crediti, mettere a posto per quanto possibile i figli e i parenti) che spirituale (questo poi, certo, dipendeva dall’indole di ognuno). Questa del rassegnarsi e del prepararsi a morire mi sembra una cosa piuttosto importante e soprattutto decisamente differente rispetto a oggi. La medicina oggi non dà sempre, salvo in rari casi, la speranza di poter essere guarito? Quando capita che il malanno – il tumore, mettiamo – è così grave che il dottore ti dice: non c’è più niente da fare, ti consiglio di prepararti a morire? Oddio, magari capiterà, ma quanto di frequente? Credo pochissimo. Potremmo azzardare a dire che oggi si muore sempre, o quasi sempre, con la speranza ancora tutta in corpo. La speranza di poter prolungare ancora un altro po’ la propria vita. E questo cosa comporta? Io direi: ciò giustifica l’atteggiamento del non pensare mai seriamente alla propria morte, neanche da vecchi. Un appuntamento che certo non è per sempre rimandabile ma che comunque sembra pur sempre rimandabile almeno per un’altra volta ancora. Perché si lotta sempre contro una malattia, e non contro la morte. E la malattia sembra comunque più addomesticabile, più sconfiggibile, della morte. Ciò conduce sempre in qualche modo a una speranza, che può essere pure folle, ma che comunque ha il suo effetto. Questo è un bene o un male? Questione cruciale e credo indistricabile. La speranza è quella cosa che gli dei hanno messo in fondo al vaso di Pandora per rendere sopportabili i mali da esso fuoriusciti, come evoca la versione classica del mito, oppure la speranza non è nient’altro che l’ultimo e il più efficace dei mali, come sosteneva invece Nietzsche?

(Q1)

Quel mio collega che ha fatto la tesi su Derrida

Avevano preso uno nuovo alla Grande Friggitoria. Mi era stato anticipato da alcuni miei colleghi originari di Goa e Diu. “Quello lì è uno strano. È laureato. Ha fatto la tesi su Derrida”. Erano i giorni in cui avevo scoperto che le alette di pollo, a volte, quando cadono nell’olio bollente, fanno un lungo scroscio che è uguale a un applauso. Quel rumore allora aveva preso a sorprendermi più volte durante la giornata. E io ogni volta mi voltavo con la faccia bianca di paura. Chi è che mi sta applaudendo? Invece era soltanto l’ennesima aletta di pollo che forse aveva trattenuto troppa aria nell’impasto della panatura e che quindi faceva scoppiettare l’olio per friggere. Quando arrivò il nuovo collega che aveva fatto la tesi su Derrida venne accolto da una successione ripetuta di applausi per una durata che mi sembrò stranamente lunga. Per i primi tempi pensai che se li meritava davvero, quegli applausi. Sembrava infatti il collega ideale. Ascoltava diligentemente le indicazioni, obbediva con prontezza agli ordini, si prendeva i rimproveri in modo impeccabile. Generalmente si mostrava sempre affabile e umile, rispondeva alle battute e si profondava in pacche sulle spalle e sorrisi di complicità. Però dopo un po’ notai che annuiva un po’ troppo energicamente, come se non ascoltasse mai veramente gli altri. E nel lavoro assecondava fin troppo spesso, come se stesse giocando di ruolo. La sua umiltà e affabilità cominciarono allora a suggerirmi uno sfondo diverso, inquietante, per la sua persona. Poco a poco capii. Lui non c’era. Non era tra noi. Quello che vedevamo era solo l’involucro. Dentro di lui, mentre lavorava presso il reparto Alette di Pollo della Grande Friggitoria, c’era un cervello che seguiva un filo di pensieri così gonfio e invadente che lo occupava quasi del tutto e quasi costantemente. Con gli anni si era allenato, con intensità e perseveranza, giungendo a prestazioni che mi sbalordivano, nell’arte dell’essere concentrato nel qui e nell’ora quel tanto che basta per non fare eccessive brutte figure e per svolgere alcune minime mansioni lavorative che gli consentivano di avere uno stipendio, pagarsi l’affitto, eccetera eccetera. Così passavo le ore a osservare la sua faccia mentre pensava a Ben Altro. Ne studiavo i movimenti mentre galleggiava nell’Altrove. Mi divertivo a fargli domande pretestuose soltanto per il gusto di interromperlo. L’avevo ammirato e ora lo detestavo. Anche perché esteriormente era il mio opposto. Spalle strette, braccia magre, peli dal naso, barba e capelli neri e arruffati, sembrava Antonio Moresco giovane. Io invece fisico da culturista, pelata mussoliniana, neanche un pelo su tutto il corpo. Quotidianamente mi frizionavo il corpo con unguenti profumati, tanto che ero diventato una specie di incrocio tra un’anguilla e un wurstel. Forse per il fatto che volevo avere meno attrito possibile con la realtà? Lui invece, così crespo e peloso, sembrava fatto apposto per essere il ricettacolo della realtà. E forse non era un caso che il suo odore fosse sempre così rancido, quell’odore con cui ogni volta infestava tutta l’area degli spogliatoi. Ma era la realtà, quella che lui tratteneva, o era soltanto il solito tanfo di frittura stantia che ci ammorbava tutti quanti? Qual era il suo rapporto con l’esterno, con gli altri, con l’altrove fuori da lui e con l’altrove dentro di lui? E quale il mio? Ho descritto il suo sfibrante, impossibile e continuo esserci-non-esserci, ma il mio, allora? Anguilla-wurstel, non volevo io stesso sgusciare continuamente, scivolare, non trattenere, esserci-non-esserci? Beh, forse è meglio che sistemi un po’ questi ricami metaforici, che riscriva un po’ meglio questo appunto, dopotutto perché non dovrei dato che niente di tutto ciò che sto raccontando è vero? L’unica cosa vera è che una volta, a un cambio turno, questo mio collega che aveva fatto la tesi su Derrida mi sorrise e mi salutò con un’emozione che non gli avevo mai visto in corpo. Poi sparì nel nulla. Si dissolse come un volto di sabbia sull’orlo del mare.

(Q1)

Quello che non la passava mai e quello che la passava sempre

Bisognerebbe avere un certo distacco ironico rispetto al proprio distacco ironico. Una cosa per cui sono grato al caso è che sono cresciuto in un ambiente in cui si giocava a pallone. Quando sei piccolo è quasi impossibile restare senza amici se te ne vai a giocare a pallone nei lunghi pomeriggi estivi, quando si usciva subito dopo pranzo e si rientrava soltanto quando faceva buio. Erano bei tempi, o almeno – come dice wesa – eravamo belli noi. Tale bellezza era dovuta anche al fatto che stavamo di più, e in un modo diverso, in mezzo alle persone, in mezzo ai nostri pari. Non c’era quasi spazio per l’autorappresentazione verbale continuativa. Quasi non esisteva il concetto di confidarsi. Era più facile cogliere alla sprovvista ed essere colti alla sprovvista. Conoscere le persone. O almeno questo vale per me. Quando si giocava a pallone, allora, c’era quello che non la passava mai, l’uomo dei dribbling. Con lui mi incazzavo sempre perché era troppo gretto e megalomane. Poi c’era quello che la passava sempre, l’uomo degli assist. Di lui ammiravo l’altruismo, la bontà, il disinteresse. Oggi, a distanza di molto tempo, mi chiedo: ma se quello che la passava sempre fosse stato in fondo più vanitoso di quello che non la passava mai? Se la sua sottolineata generosità non fosse stato altro in realtà che una richiesta continua, insistente, neanche così velatamente ricattatoria, agli altri? Ammiratemi! Sentitevi in dovere verso di me! Forse non è un caso, a pensarci, che l’uomo degli assist era generalmente più sensibile all’opinione che gli altri avevano di lui. Che era più solito profondarsi in pretese, recriminazioni e lamentele. Che il suo umore era normalmente più fosco rispetto a quello che non la passava mai, il quale veniva insultato quotidianamente senza che a lui questa cosa turbasse il sorriso. Di quanti capovolgimenti di tal specie è fatto il mondo? Quante volte l’umiltà e l’altruismo sono così pronunciati da diventare mielosi arnesi per torturare il prossimo? Quante volte l’ironico e l’autoironico, colui che non prende mai niente sul serio e che soprattutto non si prende mai sul serio, nasconde in realtà una malcelata intensità, un’occhiuta ferocia, una voglia matta di prendere tutto sul serio e soprattutto di prendersi ed essere preso sul serio? Quanto di autenticamente leggero e spensierato c’è nella mia ironia di tutti i giorni? Quanta voglia di fusione c’è nel mio sforzatissimo distacco? Quanta sopravvalutazione degli altri c’è nella mia ostentata indifferenza verso gli altri? Le sghembe vie dell’interno/esterno e dell’io/altri ci avviluppano seguendo tortuosi arabeschi e soprattutto – e qui le cose possono diventare pericolose – allargano le proprie ramificazioni cercando ossessivamente di avviluppare gli altri, irretirli e imprigionarli.

(Q1)

Quando ammirai il nemico

Il reparto Alette Di Pollo della Grande Friggitoria è quello dove il lavoro è più monotono. Le alette arrivano sui rulli già panate, si fanno il bagno nell’olio bollente, vengono asciugate da un soffio d’aria secca e passano poi al reparto confezionamento. Il lavoro dell’operatore consiste nel controllare che le macchine non si inceppino, verificare i livelli e le temperature, cambiare i materiali quando si esauriscono. Ricordo che quando i colleghi erano troppo taciturni il tempo non passava mai, e ognuno dei rintocchi del tam-tam metallico e sbilenco delle macchine diventava presto una coltellata nel cervello. C’era il taciturno sicuro di sé, quello con cui ti potevi permettere di assumere un atteggiamento altezzoso e quasi ostile, e poi c’era il taciturno insicuro, quello sempre a disagio appunto per tutto quel silenzio da lui causato e dentro il quale annaspava e annegava. Lavorare con il taciturno insicuro era la cosa peggiore. Un senso di pietà ti faceva condividere la sua pena, ma il silenzio restava, ed era tutta colpa sua. Perché non dici una parola da due ore? Perché non ti inventi qualcosa da dire? Non hai niente di cui parlare? Hai paura della tua voce? Hai la testa paralizzata? E poi guardati, ti muovi come un robottone ritardato, hai qualche problema o sbaglio? Passavo così le giornate tra la rabbia e la catatonia, formulando teorie sulla necessaria soppressione o almeno sterilizzazione dei timidi. D’altronde non era facile trovare colleghi di lavoro che potevano rianimare quel tempo affossato, cadaverico. Quando c’era il loquace quasi sempre non era granché meglio, perché nella maggior parte dei casi era un loquace stupido, oppure esagerato, insensibile al limite, oppure arrogante o egocentrico. Era proprio difficile trovare in una persona il mix giusto di inventiva, sensibilità e intelligenza che ne facevano un buon compagno dentro il reparto Alette di Pollo. Quando capitava – e sarà capitato due o tre volte al massimo – si trattava quasi sempre di persone con le quali non ci sarei uscito insieme la sera, che difficilmente fuori del lavoro avrei potuto stimare e con le quali mai e poi mai avrei potuto diventare amico. Uno fumava troppo, aveva i denti marci e l’alito terribile; l’altro era stato addirittura in carcere, aveva truffato delle vecchiette con un vecchio giochino con le bollette della luce; l’altro ancora era così ossessivo sugli stessi due argomenti ma talmente autoironico e brillante e creativo che questi due argomenti diventavano tutto un mondo entro cui le otto ore di lavoro passavano in un lampo. Tutti e tre erano perfetti in quel contesto. E in brevissimo tempo finii per apprezzarli tantissimo, proprio come persone tout court. Chissà come avevano fatto, e come facevano, ad essere così. Quand’ero piccolo ricordo che chiudevo gli occhi, per dei minuti, e cercavo di immaginare cosa si prova ad essere un’altra persona. Abitare un altro corpo, altre gambe, altre braccia, peluria di un altro colore, delle mani diverse dalle mie. E poi, guardare da dietro altri occhi, con un cervello tutto conformato in modo diverso, un altro passato, un’altra mamma, un altro papà, un’altra casa, altri ricordi. Mi riusciva così difficile reggere anche solo per un po’ questo esperimento mentale che spesso arrivavo al punto di pensare che non era mica sicuro che tutti gli altri esistevano veramente. Perché – cavolo – dietro questi miei occhi c’è tutto un mondo così grande e così complesso. È possibile che tutte le altre persone abbiano dentro – siano esse stesse – un mondo analogamente ampio e complesso? Cioè, non cercavo mica di mettermi nei panni di un pipistrello, o di una montagna, o di un pianeta o di una galassia, ma semplicemente di un altro essere umano. E la cosa mi sembrava praticamente impossibile. A quel punto respiravo profondamente e mi emozionavo per i miei pensieri alti e profondi, immaginando un futuro radioso in cui avrei poetato davanti alla Nazione, felice per la mia finalmente sopraggiunta saggezza e per il mio conto in banca con tante cifre. Poi ovviamente, sopravvenuta l’adolescenza e l’allupamento autocentrante, tutte queste curiosità dislocate erano cadute. Ora che sono ubermensch cerco invece di tornare alle domande di quand’ero piccolo, ma credo si tratti più che altro di una posa. Comunque resta il fatto che la gente con cui a lavoro ho passato il tempo più piacevole erano perlopiù individui che, in un altro contesto, mi sarebbero risultati repellenti. Ricordo un momento cruciale della mia vita, la sera del 10 gennaio 2013, cioè quando dovetti ammettere che avevo ammirato, anche solo per un attimo, il Nostro Grande Nemico Silvio Berlusconi. Quando, con un incredibile colpo di teatro, totalmente improvvisato, tirò fuori dalla tasca il fazzoletto bianco e, prima di sedercisi su, si chinò a pulire la sedia su cui poco prima si era seduto il Nostro Paladino Marco Travaglio. Era in una trasmissione di Santoro, altro Nostro Paladino, e si era al crepuscolo dell’era berlusconiana in cui quelli della mia generazione sono cresciuti, e si trattava di una specie di resa dei conti. Per loro, per me, per noi tutti. Tanti discorsi contro un semplice gesto. E dovetti ammettere che avevo ammirato più il gesto che i discorsi. E mi trovai pure a pensare, sbagliando probabilmente, che Berlusconi, se non avesse fatto quella vita – intrallazzi sollazzi bugie iperboli trovate piazzate carambole mafiosi puttane ruffiani paraculo leccaculo traffichini scagnozzi spicciafaccende mitomani megalomani compiacenza furbizia spregiudicatezza bassezza grandezza – forse non avrebbe avuto lo spirito che quella volta si era palesato così, plasticamente e inesorabilmente, in un solo magnifico gesto.

(Q1)

Nostalgia di cose mai vissute

Gualtiero Cannarsi ha curato il doppiaggio di Neon Genesis Evangelion e dei film dello Studio Ghibli. Le sue eccentricità arcaicizzanti a livello lessicale ma soprattutto a livello sintattico furono al centro di una gustosissima polemica che io ai tempi seguii su Youtube. Ne ascoltavo un pezzo alla volta, di mattina prestissimo oppure a notte fonda, prima e dopo i turni alla Grande Friggitoria. Lo stabilimento nel quale avevo trovato lavoro era una specie di mostro ferroso e arrugginito che si stagliava sul cielo rosso vermiglio, o almeno così mi era sembrato la prima volta che me l’ero trovato davanti. Era prestissimo, oppure tardissimo, non ricordo bene, fatto sta che il cielo fiammeggiava di un colore che a me, abituato ai placidi orari dello studente universitario, mi sembrava innaturale. Le orecchie ce le avevo ovattate e sentivo penetrarmi da un tonfo ritmico e sbuffante che forse giungeva dall’interno di quella babelica costruzione dove si friggevano settanta milioni di alette di pollo al giorno. Nel freddo appiccicoso di quella luce innaturale – un freddo che sentivo nonostante fosse piena estate – mi sforzai di respirare, ma il mio naso inghiottì ghiaccio e la gola mi si gonfiò di lacrime. Giorno dopo giorno, però, mi ci abituai, e pezzo dopo pezzo ripresi ad ascoltare la polemica su Cannarsi, sulla quale formulai una mia personalissima – e sicuramente sbagliata – teoria. Fu un’idea che mi colpì salendo o scendendo dal vagone della metropolitana che prendevo per andare a lavoro e che si rinvigoriva ogni volta che ascoltavo Gualtiero Cannarsi parlare. Mi ero convinto che il motivo del suo modo assurdo di adattare i dialoghi dal giapponese all’italiano era semplicemente che lui, nell’intimo, aveva ormai ben radicato nientemeno che il desiderio di essere giapponese e che, nella sua attività, un po’ volontariamente ma perlopiù involontariamente, cercava di tradurre il giapponese in un italiano che non era italiano ma che in fondo era una sorta di giapponese-italiano che (assurdamente, perché stiamo parlando di una cosa assurda) potevano comprendere anche gli italiani. Il suo non era tanto uno stratagemma estetico, e neanche ideologico, quanto piuttosto una sorta di impossibilità perseverante, una paradossalità inestinta e probabilmente, almeno nel suo caso, inestinguibile. Voler essere giapponese, questa cosa mi sembrava ancora più fuori di testa che voler essere una melanzana, pensavo andando o tornando da lavoro, il naso, i peli sulle braccia e i polpastrelli ancora impregnati di frittura. Io purtroppo non sono mai stato né un nerd né un amante precoce del Giappone, non sono cresciuto con gli anime e i manga ma al massimo con qualche cartone animato che passava in tv. Ho scoperto l’Oriente molto tardi, dopo i 25 anni, grazie soprattutto ai fondamentali Frusciante in Oriente e all’interesse per il cinema. Il cinema orientale mi si è subito presentato come un qualcosa di più istintivamente estetico e carnale di quello occidentale, con un respiro e una serenità “classica”, priva di manierismi o ansia di originalità a tutti i costi. L’impressione – probabilmente frutto di distorsioni e fraintendimenti prospettici – è sempre stata quella di un cinema allo stesso tempo modernissimo, ben agganciato alla cinematografia europea-statunitense, ma anche spontaneamente nel solco di una tradizione figurativa-narrativa-filosofica che è secolare se non millenaria. E, a pensarci bene, questo cinema, insieme alla terra e all’umanità che mette in scena, ha forse prodotto in me lo stesso languore e lo stesso struggimento che, secondo la mia strampalata teoria, in Gualtiero Cannarsi è diventato il nocciolo di un’intera personalità professionale. Una nostalgia di cose mai vissute che cresce e prolifera nella sua impossibilità di realizzarsi, nella sua distanza spaziale e temporale, nella sua incommensurabilità dimensionale, e in un’immaginazione testarda e capricciosa che è capace di informare, condurre e dare ispirazione a una, e a tante, tantissime, vite.

(Q1)

Quel che mi è rimasto di Madame Bovary

(1) Un appunto su Madame Bovary, Gustave Flaubert, 1857

Lessi un po’ di francesi nell’adolescenza e la cosa che mi ricordo è una certa atmosfera peccaminosa. Madame Bovary lo trovai molto meno divertente di Bel Ami di Maupassant, anche se mi sembravano due voci dallo stesso mondo. Ma la storia di Emma Bovary me la ricordo come incisa su una materia più dura. Il libro mi prese alla gola innanzitutto con il rosa della malizia francese, col loro solito e raffinato evocare sconcezze e delizie, ma infine si rivelò una secca legnata di un lovecraftiano nero. Tale brutalità, che monta pagina dopo pagina, diventa sfacciata soltanto alla fine del libro. Il cadavere di Emma è preparato, truccato, composto. La figura conserva tutta la sua bellezza. Quand’ecco che, per i grotteschi imprevisti che capitano soltanto in situazioni del genere, la testa della morta cade un po’ di lato e dalla bocca fuoriesce un rivolo di liquido nero. La persona di cui abbiamo seguito tutte le tensioni, gli impeti e le palpitazioni – tutto il suo commovente aggrapparsi alla possibilità – adesso è soltanto una cosa in via di disfacimento.
Questo è uno dei tre momenti che mi ricordo del libro e che non mi scorderò mai più. L’altro è l’immagine del marito di Emma che ogni giorno, dopo cena, prova a studiare un po’ ma si addormenta sulla poltrona con le carte in mano. È un giovane medico da poco assegnato a un sonnolento borgo di provincia e punta a non so quale avanzamento di carriera e trasferimento in un posto più stimolante. Dopo cena però è troppo stanco, e poi neanche ha tanta voglia di studiare, e forse dopotutto si sta abituando a quella vita da decente e rispettabile medico di provincia. Infatti a poco a poco i suoi sforzi si diraderanno fino al punto che non toccherà più quelle carte. Pigrizia oppure mediocrità? E, poi, era davvero giovane? Oppure era più in là con l’età? Non mi ricordo bene. L’immagine che ho di lui non è proprio di un giovane, ma neanche di uno con la piazzetta in mezzo alla testa. Potrebbe essere un trenta-trentacinquenne di quelli che considerano di aver trovato il proprio posto al mondo e cominciano dunque immediatamente a ingrassare oppure ad essiccarsi. Fatto sta che esteriormente è l’antitesi della moglie, che io immagino uguale alla protagonista de L’amante di Lady Chatterley: occhi e capelli neri, corpo morbido, un’energia che si delinea in una strana espressione distratta che però, quando si addensa in una concentrazione, buca la realtà come un coltello. Il libro è la storia di questa donna messa lì, posteggiata, in una casa decente e rispettabile, con l’angosciante orizzonte di una vita mediocre ma soprattutto già tracciata. Il libro racconta quindi la sua insofferenza e i suoi peccaminosi contatti col mondo-fuori quella casa e vita. La terza cosa che mi ricordo è infatti la scena del (credo) primo tradimento di Emma. Una carrozza che percorre le strade di Parigi, l’uomo che dice al cocchiere di non fermarsi e il fazzoletto di lei che vola via dal finestrino della carrozza in movimento.
Presto i francesi non sarebbero più bastati alla mia allupata adolescenza e le mie letture sarebbero passate a cose più porcellose come Lawrence, Henry Miller e Philip Roth, ma quel giro in carrozza, quell’uomo che si addormenta con le carte in mano e quel rivolo di liquido nero mi sarebbero tante e tante altre volte ritornati in mente.

(Q1)

Dillo a parole tue

(1) Un appunto su Essere e Tempo, Martin Heidegger, 1927

Ho letto Essere e Tempo in una fase della mia vita in cui volevo leggere e fare miei tutti i classici della filosofia, padroneggiare le movenze dei pensatori più influenti dell’Occidente per raggiungere chissà quale conoscenza superiore. Ovviamente, specie nel caso di Heidegger, mi sono schiantato nell’intento. Ho dovuto accontentarmi dunque, almeno per poterne parlare agli aperitivi, di qualche libro di Vattimo e di una bella lezione di Donatella Di Cesare. Una cosa però mi è rimasta impressa di Essere e Tempo, ovvero una cosa che ricordo di aver letto a proposito del modo in cui Heidegger si preparò per scriverlo. Se ne andò in una baita in mezzo (credo) alla Foresta Nera, senza libri e senza appunti, e lo scrisse così, sguarnito del corredo basilare per uno studioso accademico, riportando le citazioni a memoria – e si tratta di un libro pieno di citazioni – e sviluppando il pensiero senza interruzioni dovute a scrupoli filologici. Si tratta ovviamente di una cosa abbastanza estrema e pittoresca, e del resto Heidegger – almeno a quanto dicono Palma e Boldrin – era poco meno che un personaggio ridicolo, fissato con i calzoncini di pelle e le canzoncine dei montanari. Ma la cosa mi ha sempre affascinato, questa performance espressivo-elucubratoria che sta dalle parti del surrealismo o della beat generation o del metodo Stanislavskij, per un libro che tra l’altro vorrebbe essere un saggio accademico e non una lirica. Inoltre, e non a caso, anche Hannah Arendt venne criticata per cose del genere. E, a quanto mi ricordo io, è vero, la Arendt si muove proprio così. Per niente rigorosa, utilizza le fonti in maniera spregiudicata, cercando di cogliere una sorta di gestalt dell’autore di cui sta discutendo, di interpretarlo non mediante un esame preciso e pedante dei suoi testi ma a partire da qualcosa di simile a una intuizione personale. È certamente un modo di affrontare, di fare proprie le cose. Di metterci le mani, riscriverle, rielaborarle, dirle a parole proprie. È comprensione più profonda? Oppure è travisamento, distorsione? E non si dimenticheranno necessariamente tante cose importanti? E come comportarsi allora con tutte queste mancanze, con tutti questi vuoti? Ma non saranno proprio – come in un caviardage – queste cancellazioni a dare spinta e articolazione al pensiero? Forse che la mente, superata l’ansia di una troppo ampia ritenzione di nozioni, di una considerazione esagerata del quadro completo, forse che la mente in questo modo possa scoprire una qualche proficua liberazione? Ora, io non so proprio giudicare un approccio di questo genere in campo filosofico, però per le cose importanti per la propria vita, per le cose che nonostante tutto si vogliono fare proprie, credo sia necessario un buon livello di scorrettezza. Perché forse non bisogna altro. E ciò che è rimasto nella memoria è ciò che vale la pena ci rimanga.

(Q1)

La mia infanzia e L’anticristo

(1) Un appunto su L’anticristo. Maledizione del cristianesimo, Friedrich Wilheim Nietzsche, scritto nel 1888 e pubblicato nel 1895

A ripensarci, la mia infanzia è stata molto bella: fumetti, gioco, cugini. Lo sfondo però, quello aveva tutt’altra coloritura. Era una Sicilia tetra e angusta, a ripensarci. Una Sicilia da entroterra, anche se il mare era a un paio di chilometri di distanza. Vecchie sedute sui marciapiedi davanti alle persiane, messe lì per pomeriggi interi aspettando di morire, i mutandoni bianchi sotto le vesti nere, le braccia conserte e flaccide sulla pancia gonfia di cattiva digestione. Le figlie presto messe anche loro lì, accanto alle madri, stesso nero di lutto, stessa vuota gravità. Madri e figlie che presto risultano indistinguibili tra di loro, come coppie di piante grasse di cui si è persa la memoria di chi è spuntata prima.
Nietzsche l’ho letto nella piena adolescenza. Ho consumato il Mammut rosso con tutte le opere, le pagine si staccavano e cadevano giù, io intanto traboccavo di innocenza e di furia. L’anticristo, delle opere di Nietzsche, è la scheggia che è arrivata al cuore. I deboli, i forti, il ressentiment. Quelli che stanno male che usano tutta la loro astuzia non per stare bene ma per far stare male gli altri. I malati che non hanno la forza per voler guarire ma soltanto per volere che anche i sani si ammalino. Poi negli anni a seguire ho sofferto nell’intimo ogni qual volta mi imbattevo in libri che parlavano male di Nietzsche. Ricordo un capitolo di un libro di Roberto Esposito in cui gli tagliava carne e ossa. Mi fece molto male, ma le sue critiche mi apparivano dannatamente fondate. Stesse sensazioni quando lessi i libri di Losurdo e di un tedesco che distruggeva Deleuze e Focault. Il fatto è che sentimentalmente ero proprio deleuziano e foucaltiano, leggevo Nietzsche “da sinistra”. I suoi agghiaccianti riferimenti alla necessità di dominare e addirittura sopprimere i più deboli, soprattutto nelle ultime opere che scrisse poco prima di impazzire, per me erano soltanto metafore provocatorie. Invece probabilmente, il buon Federico Guglielmo, avrebbe preferito sul serio tornare alla società schiavistica greca piuttosto che restare in mezzo a questo grigio diluvio democratico dove gli schiavi – grazie praticamente a Cristo – hanno preso il potere e fatto diventare tutti schiavi. Con il suo pathos della distanza si riferiva seriamente alla necessaria distinzione tra uomini superiori e inferiori a livello sociale e politico. Adesso che non sono più adolescente mi sono abbastanza staccato da Nietzsche e credo di individuare gli elementi di morbilità nel suo pensiero, però se ripenso alla Sicilia che ho conosciuto da piccolo, che è molto simile a quella raccontata in quel capolavoro horror che è Sedotta e abbandonata, beh, non posso negare che quella scheggia non ci sta molto a ritornare a pulsare dentro al cuore, con la stessa innocenza e la stessa furia.

(Q1)

Mondo a finire

I video migliori di wesa sono secondo me quello su Striscia e quello su Adrian ma il video a cui sono più affezionato è senz’altro “Iberno il canale”. Qui wesa annuncia che chiude il canale di gaming e fa tutto un discorso sui videogiochi e sul tempo. Il videogioco è forse la forma d’arte definitiva in quanto racchiude in sé tutti i media esistenti e in più rende possibile un’interazione che apre molte nuove e inesplorate prospettive. Però nella vita è necessario fare delle scelte. Anche se a malincuore bisogna inchinarsi davanti al concetto di costo opportunità. Perchè ammettiamolo: i videogiochi occupano troppo tempo. Precludono troppe altre possibilità. Quanti libri si possono leggere nelle cento ore che spesso esige un titolo videoludico? Quanto si può studiare? Approfondire? Fare cose? (Poi ovviamente, nella sua ormai teorizzata incoerenza programmatica, wesa non abbandonerà i videogiochi, anzi. Ma questo è un altro discorso). Il fatto è che, sarà per una sua fissazione filosofica, sarà perché è un trentaquarantenne senza figli (come me), in wesa emerge sempre una certa attenzione – una certa ansia – rispetto al tempo. Ovvero: l’unica cosa che, pragmaticamente, possediamo. L’unica cosa che forse siamo. A tal proposito wesa cita spesso un esercizio, a metà tra il motivational e il demotivational, che consiste nel mettersi davanti un foglio con tanti quadratini quante sono le settimane della nostra vita: quante sono state e quante prevedibilmente saranno. Tutta la nostra vita, tutto il nostro tempo, in quell’unico foglio e in quella certa quantità di quadratini. “E non sono mica tanti, eh!”. Eh. Comunque, dicevamo, i videogiochi. Io sono stato un fruitore di videogiochi fino ai 18 anni – generazione prima Playstation – ma poi raggiunta la maggiore età decisi che ero diventato grande e smisi di botto di videogiocare (e di leggere fumetti). Tempo fa, però – complice sempre wesa con il suo approccio, il suo racconto e la sua visione di Dark Souls – trovai il tempo di avvicinarmi all’opera di Hidetaka Miyazaki. In lunghi pomeriggi che cominciavano subito dopo pranzo e finivano quando il sole calava giocai a tutti i Souls per un totale di circa cinquecento ore. Cosa avrei potuto fare in queste cinquecento ore? Un cazzo, credo. Mi trovavo infatti dentro una piega profondissima di uno dei miei consueti periodi di attesa invano. Mi ero preso l’ennesima laurea e attendevo risposte da una schiera di personaggi improbabili che me l’avevano dato per sicuro, che fidati la cosa andrà in porto, che non ti preoccupare questa è la volta buona. Per il resto, il primo Dark Souls mi affascinò innanzitutto per la sua atmosfera. Per quel silenzio inframmezzato da rarefatti clangori di ferro arrugginito. Per quelle poche e dolcissime note presso il falò centrale. Struggente era la sensazione di un mondo a finire, popolato da esseri che servivano padroni ormai defunti e difendevano castelli ormai diroccati. Ma la cosa che mi piacque di più fu l’esplorazione senza mappa, quel procedere a tentoni, aggrapparsi a pochi sparuti punti di riferimento, scoprire passaggi e scorciatoie e infine finalmente orientarsi, possedere le proprie direzioni e conquistarsi un proprio senso spaziale. La mappa di Lordran me la ricordo ancora oggi. È un posto in cui sono stato e ho fatto cose. Ciò fu fonte di straordinaria soddisfazione, credo, anche perché ho sempre avuto un pessimo rapporto con lo spazio. Riesco infatti a perdermi in qualunque posto non mi sia immediatamente familiare. Una volta mi persi nella campagna siciliana mentre stavo raccogliendo le olive con mio padre. Ora, c’è da dire che la raccolta delle olive è sempre stata per me una gran scocciatura. Dovevo alzarmi presto il sabato e la domenica e cercavo sempre delle scuse per scamparmela. In realtà il lavoro non era niente di che, all’ora di pranzo eravamo già a casa, mio padre si caricava tutti i pesi nonostante le sue ernie a disco e la pizzetta delle dieci del mattino era buonissima perché soddisfaceva una vera fame. In fondo ne valeva la pena, pensavo una volta tornato a casa, salvo poi cercarmi una nuova scusa per restare a letto l’indomani. Nel mio paese la raccolta delle olive è un’affannata tradizione che viene portata avanti tra mugugni, borbottii e fatalistico rispetto verso gli avi. Nel mio caso, se non sbaglio, quel pezzo di terreno e quegli alberi di olive sono il frutto dell’investimento di un bisnonno che se n’era andato in America e poi era tornato con un certo gruzzolo che sperava potesse garantire un futuro prospero ai propri discendenti. Invece nel mio paese, per la gran parte delle famiglie compreso la mia, l’unico ritorno economico della raccolta delle olive è farsi l’olio buono per tutto l’anno e ogni tanto venderne un po’ a qualcuno di fuori. Solo i frantoi ci fanno i soldi, non solo offrendo il servizio di macinatura con logiche da cartello, ma soprattutto comprando a poco prezzo l’olio invenduto dei piccoli produttori ed esportandolo poi nei mesi successivi. Mio padre però, a raccogliere le olive nei fine settimana autunnali, ci andava volentieri. E non se ne lamentava di continuo come invece facevo io. Quella volta dunque, arrivata l’ora di raccogliere la tenda, mi chiese di andare a prendere alcuni sacchi in macchina. Io fui contento di potermi fare una passeggiata e andai. Presi i sacchi dalla macchina e tornai verso l’albero di olive dove c’era mio padre. Scesi giù, costeggiai la fila di alberi che avevo costeggiato all’andata, ma non trovai più quel ciuffo di canne che doveva essere lì, quindi girai nell’altro verso ma non c’era neanche quel grosso albero con il tronco segnato di vernice bianca. Anch’esso avrebbe dovuto essere lì. Mi fermai a guardarmi intorno. C’era uno sbuffo di fichi d’india selvatici e alcuni grossi cespugli di spine che non avevo mai visto. O forse si? Perché non mi guardo meglio in giro quando sono in campagna? Sono sempre con la testa altrove. Perché non ci parlo di più con mio padre? Quella collina che si vede in lontananza, però, quella forse ce l’avevo alle spalle all’andata. Andai in quella direzione. Camminai per un tempo che mi sembrò troppo lungo. Il paesaggio non lo riconoscevo. C’era una casetta mezza crollata. Una staccionata tutta ceduta. Erba troppo alta, arbusti troppo intricati e alcuni alberi troppo nodosi e contorti che non appartenevano di certo al nostro pezzo di terreno. Tornai indietro, ma anche qui camminai troppo a lungo. E infatti non era il posto di prima. Niente sbuffo di fichi d’india, niente cespugli di spine né tantomeno ciuffo di canne o grosso albero con vernice bianca sul tronco. Il sole di ottobre non aveva mai picchiato così tanto. Quando cominciai a non riconoscere più niente del verde, del marrone e del giallo che avevo intorno mi senti chiamare da lontano. Mi voltai da un lato, ma il suono veniva dal lato opposto. C’era mio padre che urlava il mio nome. Era piccolissimo, vicino a un albero anch’esso piccolissimo. Strinsi gli occhi miopi e potei distinguere la tenda verde scuro raccolta a terra vicino al tronco, i rastrelli e i bastoni sparpagliati tutto intorno e perfino il rosso acceso del suo marsupio appeso a un ramo dell’albero accanto. Quando mi trovai di fronte a mio padre, lui proprio non si capacitava di come avevo potuto fare a sdisorientarmi così tanto. Fui tentato ma quella volta non me la sentii di correggerlo. In seguito attaccai tutto un discorso marxistoide sui frantoi sfruttatori e sui paesani che avrebbero dovuto organizzarsi e formare una cooperativa. Lui ascoltava rassegnato. Adesso sono troppo lontano e ho troppo poco tempo per andare di nuovo a raccogliere le olive con mio padre. Però sarebbe bello rivederlo laggiù, piccolissimo, vicino a un albero anch’esso piccolissimo, che mi chiama, urlando il mio nome.

(Q1)

Falcone, Augias e il pragmatismo

(1) Un appunto su Cose di Cosa Nostra, libro-intervista di Marcelle Padovani a Giovanni Falcone, 1991

C’è questa intervista di Corrado Augias a Giovanni Falcone a Babele del 12 gennaio 1992 che per me è sempre stata molto importante. Si tratta di una conversazione in cui conduttore e pubblico, seppur con i modi civili della sinistra da salotto, sono apertamente schierati contro l’intervistato e, dietro gli eufemismi e le perifrasi da liceo classico, si vede proprio che vogliono massacrarlo a favor di telecamera. Certo, è facile indignarsi ora, sapendo che qualche mese dopo Falcone sarebbe saltato in aria sul ponte di Capaci. Falcone è un eroe nazionale, come si sono permessi questi a metterlo alla gogna? Cosa sono queste domandine provocatorie? Cos’è questo atteggiamento passivo-aggressivo? Perché mai questi qua ce l’avevano con Falcone? A guardare il video sembrerebbe soltanto per il fatto che, nell’appena uscito libro-intervista Cose di Cosa Nostra, a volte il magistrato avrebbe lasciato trasparire una sorta di ammirazione per i mafiosi, vuoi per le loro capacità organizzative, vuoi per la loro tenacia, vuoi per l’abilità con cui riescono a mantenere questa apparentemente farraginosa struttura di potere o chissà che altro. Inoltre Falcone ha evocato la questione centrale della storica assenza dello Stato in Sicilia e della funzione di sostituzione che ha svolto l’organizzazione mafiosa, arrivando (più o meno) a sostenere che “senza la mafia la Sicilia sarebbe sprofondata nell’anarchia”. Conduttori e pubblico, davanti tale scempio, non possono frenare la propria scandalizzazione. Troppo il turbamento che ha scombussolato la loro animabella, tanto da giustificare l’aggressività che sprigionano le domande verso il loro scandaloso ospite, il colpevole di tutto questo.
A questo punto ci si potrebbe indignare per la ristrettezza mentale di certa sinistra, per la sua ignoranza o per la disperante faziosità dell’opinione pubblica italiana. D’altronde l’hanno detto in tanti: in Italia tutto è fazione, o sei con noi o sei con loro. O sei buono o sei cattivo. Se noi siamo contro la mafia, allora i mafiosi devono per forza essere dei mostri. Niente in loro, che sono mostri, può essere della stessa sostanza di cui siamo fatti noi, che siamo umani.
Ma non è solo questo. Probabilmente sotto c’era un’avversione contro Falcone che in quel periodo montava in certi ambienti della sinistra. Dal maxiprocesso in poi, per vari motivi che non mi metto qui a ricordare, Falcone era stato in mezzo a veleni e polemiche. Il giudice a marzo 1991 aveva lasciato la toga per andare a dirigere la sezione Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia, diretto dal socialista Claudio Martelli, che a quanto pare in quel periodo era abbastanza odiato dagli ambienti vicini ad Augias e ai simpatici componenti del pubblico di Babele.
Peccato però che l’incarico “politico” di Falcone non era per nulla un “tradimento”, come è stato interpretato all’epoca, ma una coerente tappa del suo percorso. Due settimane dopo questa biliosa intervista, il 30 gennaio 1992, sarebbe arrivata la sentenza di Cassazione del maxiprocesso, che confermava le condanne in primo grado. Possiamo dire che era merito di Falcone. Dagli Affari Penali, infatti, egli aveva introdotto il criterio della rotazione delle sezioni della Corte di Cassazione, impedendo così che quello specifico processo finisse nelle mani di Corrado Carnevale, detto l’ammazzasentenze, celebre per il suo gusto per l’assoluzione quando si trattava di mafia.
Con la sentenza definitiva, disse Falcone, la sua assicurazione sulla vita era scaduta. Perchè ora era ufficiale. Il maxiprocesso era veramente la bordata tremenda che sembrava. La mafia passò dunque al contrattacco. Il punto di unione tra mafia e Dc, forse giudicato colpevole di non essere riuscito a fermare gli effetti delle indagini di Falcone, l’andreottiano Salvo Lima, verrà ammazzato il 12 marzo a Mondello. L’immagine del suo cadavere steso sul marciapiedi e dei suoi piedi a paletta mi resteranno per sempre impressi nella testa come l’inizio di una fase di storia italiana che non credo riuscirò mai a capire. E poi, vabbè, 23 maggio e 19 luglio, Falcone prima e Borsellino poi. Tritolo, silenzio, fischi nelle orecchie e stordimento. Il seguito è inenarrato o inenarrabile? I palazzi del potere hanno le mura di gomma. E le pareti di casa nostra le mura imbottite, perché siamo diventati tutti pazzi.
Comunque, io ho cominciato questo appunto perché volevo dire qualcosa che ancora non ho detto. Una cosa tipo che Augias e Falcone, in quel video, rappresentano due modi diversi e opposti di essere al mondo, di vivere le cose pubbliche. Augias retorica e moralismo, il tono di quello che sa fin dalla nascita cos’è il bene e il male, la spocchia e la distanza del prete, l’incapacità di dialogare e di avere curiosità per l’altro, insomma, lo spirito della sinistra italiana, che possiamo oggi ammirare – in versione postmoderna – ogni venerdì sera su La7 durante Propaganda Live. Falcone invece pragmatismo e umiltà intellettuale, spirito scientifico, nessun preconcetto ma solo un metodo ben ragionato, seria volontà di intervenire sulla realtà a partire dalla conoscenza della realtà stessa di cui si suppone sempre di non saperne abbastanza. Perché Falcone era davvero un personaggio fuori dal comune, del tutto fuori dall’intellettualismo sterile che ci è tanto familiare e tutto dentro all’azione forse proprio nel senso che le dà la Arendt. Falcone era un genio investigativo. Aveva inventato un metodo per lottare contro le organizzazioni criminali, poi copiato in tutto il mondo, basato sulle indagini bancarie e sull’utilizzo di pentiti le cui dichiarazioni però vanno accuratamente verificate. Il metodo Falcone aveva il coraggio nel cuore ma una scrupolosità ossessiva nella testa. Prima di arrestare qualcuno, bisognava avere un corredo di prove tale che fosse praticamente sicuro, o quasi, che questo venisse condannato.
Questo volevo dirlo perché il libro Cose di Cosa Nostra è anch’esso molto importante per me. E poi, oltre ad essere uno dei pochi libri sull’argomento che vale la pena leggere, credo sia stato l’inizio della mia avversione verso la retorica e l’idealismo nelle questioni pubbliche. Il modo di ragionare di Falcone è stupefacente in quanto non è per niente “italiano”. Non ho mai letto niente come Cose di Cosa Nostra che mi mostrasse in modo più lampante cosa sia il pragmatismo. Marchiati a fuoco nella mia memoria restano quei passi in cui il magistrato spiega che i metodi con cui i mafiosi ammazzano le loro vittime, come il terribile strangolamento seguito da discioglimento nell’acido, non sono per nulla motivati da crudeltà gratuita, ma semplicemente perché è il metodo più veloce, pulito ed economico. Banalità, certo, ma sono cose alle quali – annegati nella nostra inutile indignazione civile – non pensiamo mai. Così come quel brano gelido ma fondamentale in cui passa a rassegna tutte le morti dei suoi colleghi e collaboratori che sono stati uccisi nel decennio precedente. Falcone è molto duro con loro, ma è la durezza che si usa in guerra con i propri compagni. Tutti loro, uno per uno, hanno peccato di incoscienza, erano troppo sicuri di sé e non hanno adottato tutte le misure di sicurezza necessarie nella loro condizione di grave esposizione al pericolo di attentati. E infatti sono stati ammazzati dopo aver preso un caffè al bar (Boris Giuliano), mentre mangiavano un panino (Calogero Zucchetto), mentre sfogliavano un libro in una bancarella (Gaetano Costa), davanti al portone di casa (Ninni Cassarà), in ciabatte e disarmati mentre erano al mare (Beppe Montana). Ecco però che a un certo punto l’intervistatrice lo interrompe. “E Rocco Chinnici?” gli chiede. “Beh – immagino il sorriso mefistofelico sulla faccia di Falcone – per Chinnici è un altro discorso, lui era come me, scrupolosissimo. Adottava davvero tutte le misure possibili e…”. Falcone fa un pausa, l’intervistatrice avrà sentito un brivido sulla schiena. “E…?”, lo incalza. “…e infatti – conclude Falcone – per lui hanno dovuto ricorrere al tritolo”.

(Q1)